BLOG, Viaggiare

Viaggiare è cibo creativo

Non esistono, secondo me, soldi meglio spesi di quelli usati per viaggiare. Ogni viaggio è un percorso alla ricerca di se stessi, un buon viaggio riuscito è la scoperta di se stessi.
Anche quest’anno sono stata fortunata ebbene, sono riuscita a trovare un po’ di me trai paesaggi di cui i miei occhi si sono cibati, in una decina di giorni on the road per le strade della Corsica. Quello che un po’ mi rende perplessa è che nonostante la mia formazione da architetto, i luoghi che mi rapiscono di più il cuore e sfamano più la mia voglia di casa [sempre considerata la mia strana concezione di casa, radici e di famiglia] sono quelli in cui l’architettura non fa da padrona. O meglio, non è il motivo per cui mi colpiscono. L’elemento principale che più mi fa innamorare è la luce. E congiunzioni climatiche/emotive/astrali che il mistero di Fatima in confronto non è nulla. Quindi non posso dirvi, andate lì, andate là, ma posso solo dirvi: viaggiate e non abbiate paura di innamorarvi di ciò che vedete!
Perché ne parlo qui, in questa sede, di questo viaggio?
Perché questo sito/blog si può definire come sede del mio spazio creativo e tornata dal mio viaggio la forza creativa che avevo dentro si è rigenerata, l’ho sentita più forte che mai. Quindi, in tutto ciò che creerò d’ora in poi ci sarà dentro un po’ delle rocce rosse di Porto, della sua aria leggera delle 7 del Mattino, un po’ della perfezione idilliaca di Erbalunga, del vento che mi ha accarezzato, delle onde più alte che ho finora mai visto, della forza di quel mare impetuoso, dei dirupi selvaggi. Purtroppo, non essendo molto brava con le parole, ecco che provo a farvi capire cosa intendo, con qualche scatto e poi…..poi vi auguro di sentirvi come un mare in tempesta creativa.

Corsica 2014

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Corsica 2014

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Corsica 2014

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Corsica 2014

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Impressioni di Settembre di una Terrona nata al Nord.

Quante gocce di rugiada intorno a me, cerco il sole, ma non c’è.
Respiro nebbia e penso a te.

[Quando i piedi scalzi sul pavimento diventano subito freddi e nella mente cominci a rivedere la tua estate, vuol dire che è davvero arrivato l’autunno e che i tuoi racconti estivi sono ormai da classificarsi come ricordi]

Basilicata on my mind

Ci sono tanti modi per arrivare in Basilicata: treno, macchina, google maps, aereo, corriera.
C’è solo un motivo per cui scelgo quello più lungo e stancante: mi fa sentire emigrante.
Quel senso poetico da cui fin da piccola sono affetta, mi fa credere che farmi dalle 10 alle 13 ore di pullman con fermate rare e brevi, possibilità di vicini di posto fastidiosi, disguidi e ritardi quasi assicurati mi faccia lontanamente assaporare l’idea di “tornare” e non di “andare”.
Perché io se devo emigrare in America come mio nonno, Carmine, prendo il tram.

La traversata terrestre dello Stivale, verso quella che da tempo assomiglia di più al mio concetto di casa è allo stesso tempo profondamente autentica e assolutamente irreale.

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Perché per quanto mi senta legata alla terra verso cui sto viaggiando, oggettivamente, io non ci sono nata.
Se ne accorgono i miei compagni di viaggio appena apro bocca, appena la mia quasi nulla inflessione vocale li insospettisce e si chiedono cosa [diavolo] ci faccia io lì.
Me lo chiede Marina che torna a casa dopo la stagione estiva a Rimini.
Me lo chiede la Signora Antonia, che abita a Mantova ma che è di Rionero, dove vivono ancora tutti i suoi parenti.

Ed eccomi, che cerco di spiegare il motivo per cui si può sentire di appartenere ad un posto senza esserci nati.
Ma mi impappino, mi si confondono le parole ed il loro sguardo tra l’incredulo e il dubbioso mi fa chiedere addirittura se non mi stia sbagliando io, se la sensazione di “tra due minuti è quasi casa” che comincio a provare alla vista delle “mega girandole” non sia solo frutto della mia immaginazione.

Ma in fondo, che cos’è la vita se non un sogno?
Cos’è se non uno slancio poetico verso il presente con cui ci si sforza di renderlo eterno?
E forse sarà indotta dalla mia fantasia, ma questa leggerezza, che provo ogni volta che arrivo qui, in questo paesino qualunque e sperduto, tra la Puglia, la Campania la Calabria e la mia mente, è pura euforia.

E mia cugina ridendo per il mio strano entusiasmo mi dice: noti cose che io, che qui ci abito da sempre, non avevo mai visto.
E nessuno si spiega perché sono più legata a questo posto io che mio padre, che c’è nato.
C’è chi mi dice che forse, se ci abitassi sempre, non ne  sarei così affascinata.
E no, io non sono d’accordo.                                                                                                                                                                                           Perché, le mie personali impressioni di Settembre, quelle di una terrona nata al nord, mi suggeriscono il richiamo atavico che io ho con questa terra.

Quella che provo ogni volta che torno al Nord è nostalgia, desiderio melanconico di tornare a casa.

Si, è certo che se abitassi qui sentirei comunque il bisogno di andare perché sono zingara e viaggiatrice dentro.
Ma sarebbe andare con la consapevolezza che hai lasciato il tuo nido, non, andare per la necessità di cercare un posto in cui sentirti a casa.
In ogni caso, forse, le mie, sono mere paturnie mentali e la sola cosa di cui mi dovrei fidare è che hic et nunc io vorrei mangiare i peperoni cruschi, vorrei sentire il profumo delle bruschette di mia zia nell’aria, vorrei arrampicarmi per le vie del centro vecchio e salire da sola sul tetto di quella casa da cui dall’alto Rionero sembra magico, abbracciare tutte le persone, qui, a cui voglio bene.

Andare

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BLOG, Viaggiare

Ritornare [=di Garcia Lorca e Altri Capricci]

Ritornare a Settembre
Ricominciare a ricamare
Un viaggio da raccontare
Rullini di emozioni da sviluppare
Progetti nuovi da svelare
Energia da incanalare
Una Girandola da Soffiare
Viziarsi nell’immaginare il mare.
Un Capriccio da sfogliare:

Nella rete della luna,
ragno del cielo,
s’impigliano le stelle
svolazzanti.
[Capriccio, gentilmente imprestatemi da Federico Garcìa Lorca]
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Mordere Londra per 56 ore

Mordere Londra per 56 ore e ‘fuggire’.
 
Più una visita da flaneur cittadino, che da mirato turista.
Un bighellonare per quartieri mai visti prima, di una delle città più grandi e caotiche del mondo.
Bighellonare è un’arma a doppio taglio, poiché cominci a pensare oltremisura e tutto ti sembra allegoria di altro. 
In sole 56 ore puoi riprendere in mano i tuoi sogni accantonati, le tue decisioni definitive e le tue paure nascoste, mischiarle insieme, cuocerle a fuoco lento e ricavarne un bello sformato di emozioni dense.
 
Forse perché il mio rapporto con Londra è simile a quello di Baudelaire per Parigi. 
Un costante dualismo tra spleen e ideale.
Qualcosa che non sento mio e che per natura non sentirò mai, ma da cui sono profondamente attratta.
Londra per me è una folla spietata che fa della tua singolarità un numero insignificante, ma è movimento e una sensazione futuristica di immensa potenzialità.
Londra poi è anche adorabili mattoncini e luce surrealmente soffusa.
 
 
Dopo 56 ore di pensamenti e 24 di ripensamenti sono giunta alla conclusione che è solo questa la Londra in cui potrei vivere,
raccogliendomi tra la calce delle giunture dei mattoncini cercando di farmi il più piccola possibile e di tappare la malinconia. E potrei farlo solo avendo con me ‘la mia casa’, ovvero gli affetti che col tempo ho cominciato ad associare a questa parola.
Perché casa, per me, non è qualcosa di pragmatico, ma più una condizione psicologica.
 
Sicuramente qualcuno ha instillato in me la passione per il viaggio, ma viaggiare significa “andare per tornare” e non “andare per sostare”.
 
“Non a tutti è dato di prendere un bagno di moltitudine: godere della folla è un’arte; e può concedersi un’orgia di vitalità a spese del genere umano soltanto quello a cui una fata abbia insufflato fin dalla culla il gusto del travestimento e della maschera, l’odio del domicilio e la passione del viaggio.” [Baudelaire, Lo spleen di Parigi ]
 

 

 
L’ennesima sconfitta per G.?
Ora, che, per l’ennesima volta, hai constatato che le grandi città ti attraggono, ma ti fanno paura, che senti di essere dipendente dalla “familiarità”, cosa fari?
Abbandonerai i sogni di nome “Goldsmiths” o “Saint Martin’s” e di far conoscere le tue sbrindellate teorie artistiche al mondo?
E poi cosa vuoi concludere se non sei così pronta a metterti in gioco?
 
Veramente…credo di essere assolutamente pronta a mettermi in gioco, ma sempre rispettando me stessa, accettando i miei limiti, [ma sono davvero limiti? o è semplice attitudine?].
Per il resto? non ne ho idea. Probabilmente, rimarrò sempre sospesa tra questo dualismo, con cui giocherò, forse, per il resto della mia vita…ed ogni volta che visiterò Londra penserò “come sarebbe bello vivere qui, quante cose vedresti e faresti G. c’è un mondo da scoprire! Quanto ti stai perdendo!”
E poi, una volta a casa, tra le braccia di chi amo “Non c’è posto in cui si sta meglio che qui, il mondo non sa cosa si perde, perché nessuna metropolitana è calda come un abbraccio, nessuna opportunità sfavillante è pari all’opportunità di provare una sensazione così.”
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