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Perché innamorarsi può essere un’opera d’arte?

Nelle mie opere [oh cavolo mi fa impressione chiamarle opere, nominiamole: invenzioni gentili e assolutamente inutili, dai, va meglio!] chiedo sempre uno sforzo allo spettatore, uno sforzo che non tutti vogliono/possono fare.
Mi è stato fatto notare, che in realtà queste cose non interessano a nessuno, che la vita del singolo trasportata su un’opera interessa solo al singolo preso in considerazione e non agli altri.

Beh, forse è vero, ma non del tutto, perché a me interessa.

Credo nel concetto del “vivere la propria vita, come se fosse un’opera d’arte” e credo che farlo non significhi compiere grandi opere, ma stia nelle piccole cose, nell’affrontare gli ostacoli che ogni giorno ci troviamo davanti, nell’innamorarsi perdutamente, nel soffrire immensamente. Nell’umanità insomma. L’essere umano diviene arte quando si esprime in tutta la sua umanità. Secondo me, ovviamente. Secondo me, che se vado a vedere il Duomo di Milano rimango esterrefatta davanti a cotanta magnificenza, tanto da sentire i brividi e sentirmi piccola, ma poco dopo mi perdo e mi interesso di più a guardare la gente che guarda il Duomo e mi accorgo di quanto le loro espressioni rivelino le tre/quattro stesse emozioni. Perché siamo tutti umani, in fondo, anche se spesso ce lo dimentichiamo. Secondo la mia professoressa di Greco e Latino del Liceo, tutte le emozioni base umane sono spiegate nell’Iliade e nell’Odissea e l’uomo da secoli non fa altro che girarci intorno e così continuerà per sempre, perché possiamo vestirci in modo diverso, avanzare nella tecnologia, ma ci innamoriamo sempre nello stesso modo.

Perciò se in una mia “invenzione gentile e assolutamente inutile” vi parlo di qualcuno che si innamora in un determinato luogo non lo faccio per spifferarvi la vita privata di quel qualcuno, ma per mettervi in contatto con “la categoria aristotelica generale dell’amore”. E’ un pretesto, per parlare a voi, di voi. Si tratta di fare uno piccolo sforzo di “traslazione”, di Empatia, che ad alcuni viene naturale, ad altri no. Ed è proprio a questi ultimi, a cui sono più dirette le mie opere.
Mi piace combattere per le battaglie perse, trovo sia esso stesso un atto artistico. 

Questa è Arte? o un semplice esercizio umanista?
Non posso essere io a rispondere, ma certo da me non potete aspettarvi paesaggi dipinti ad olio su tela.
Giui is not an artist?
Non saprei, ma la cosa a cui Giui tiene di più è essere una persona.

Creare non è semplice, nel momento stesso in cui “fai qualcosa” la fai esistere e la metti in discussione, ma metti in discussione soprattutto te stesso, esponi te e il tuo pensiero.
Creare è un atto coraggioso e solo per questo andrebbe rispettato, siate gentili con chi crea, ma se siete creatori non c’è bisogno di dirvelo, perché già lo sapete. 
La forma più grande di gentilezza che potete avere nei confronti di chi crea è l’immedesimazione, provare a capire il linguaggio del vostro interlocutore, anche se parla in una lingua che non vi piace.
Chissà, potreste scoprire che in realtà non vi piaceva perché non la capivate, oppure potrebbe continuare a non piacervi, ma per scoprirlo dovete comunque provare a capire. A questo proposito consiglio un libro, “Lo potevo fare anch’io” di F. Bonami.
E guarda a caso, i più grandi critici sono coloro che non creano nulla.

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Profili ● NEW PROJECT ●

Da un po’, anzi, forse da un bel più di un po’, sto lavorando ad un progetto che lega i colori e le sensazioni, in particolare, il collegamento che vi è tra loro, come i primi influenzino le seconde e viceversa. Dopo aver letto molto a riguardo, son arrivata ad una mia sintesi personale. Tutto ciò per raggiungere l’obiettivo di stilare un profilo fisico e psicologico di una persona, in un certo suo periodo di vita. Tutto ciò realizzato attraverso il ricamo, passione che mi sta sempre di più coinvolgendo [cos’è che mi piace del ricamo? soprattutto, il suo eroicismo] e la fotografia, altra mia grande passione.
La fiber art mi ha sempre attratto moltissimo, adoro letteralmente i lavori di M. Anzeri, che attraverso il ricamo disegna le auree di sconosciuti, ritratti in fotografie vintage da lui ritrovate, ma anche quelli di artisti meno noti come Mana Morimoto o Marìa Aparicio.
Da tutto ciò, dopo innumerevoli prove, tentativi miserabilmente falliti, dita bucate ed esperimenti di stampe a mano attraverso le più improbabili metodologie, ecco il primo risultato, un work in progress di un autoritratto.

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Come funziona?
Per un mese, ho raccolto i miei stati d’animo, li ho classificati in base ad un colore, che ho trasformato in un motivo ricamato su una tela con una mia foto stampata. [foto di Simone Berna]. Quello che verrà fuori sarà un profilo psicologico e fisico della mia persona tra il 3 Febbraio e il 3 Marzo 2013.
Quest’opera fa sempre parte del personale percorso che sto facendo sul concetto di consapevolezza, parola cardine per il mio 2000 e 14. Spesso mi sono obbligata ad essere serena, felice, contenta, positiva e propositiva, arrivando fino ad arrabbiarmi con me stessa quando non riuscivo ad esserlo. Mi sono vergognata e colpevolizzata per un sentimento come la rabbia perché sentimento negativo. Ma il problema, è chiaro, non è possibile essere sempre al massimo, non avere mai un momento di sconforto, riuscire ad essere ben predisposti nei confronti di chiunque! l’importante è divenirne consapevoli, credo. La consapevolezza del ciclo vita-morte-vita che regola ogni cosa, il processo di anakuklosis a cui, penso, ogni essere umano non possa sottrarsi…e forse è proprio questo di cui dobbiamo renderci conto, per evitare di cadere in un baratro troppo profondo. Accettare i momenti di “morte”, vedendoli come il terreno fertile da cui rinasceremo. Consapevoli di essere fenici anche quando ci sentiamo solo cenere. Accettare la tristezza,  l’ansia, la preoccupazione, accoglierla invece che combatterla per far si che diventino anch’esse meno agguerrite. Soffrire senza sentirci per questo deboli, ma semplicemente umani. Vedere la propria rabbia, non sentirla più come un senso di colpa, ma accettarla ed imparare a gestirla, senza subirla o lasciarla esplodere fuori controllo.
Ora, ovviamente, come sempre, cerco cavie per le prossime realizzazioni. Quindi se credete che possa essere proficuo per un mese o poco più divenire consapevoli di COME vi sentite, mandatemi una mail a giui.giuliarusso@gmail.com

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L’APERITIVO DEL VENERDI’ CON IL SIGNOR PIERO FORNASETTI [DI SURREALISMO E TATUAGGI]

Arrivo in ritardo, come sempre, all’appuntamento con il Signor Piero, lo trovo già intento a sorseggiare il suo drink. Una sostanza colorata, in un bicchiere alto e raffinato, su cui lo trovo intento a disegnare con un pennarello. Seguono gli immancabili convenevoli, in  sequenza: presentazioni, il tempo, la crisi politica italiana, la crisi del lavoro, la crisi culturale, qui, forse, finalmente si rompe qualcosa e il Signor Piero esordisce con:
PIERO FORNASETTI: Io nel 2014, per esempio, farei il tatuatore. Dopo aver decorato ogni forma, ogni oggetto, colto e traslato l’essenza delle cose su qualsiasi soggetto inanimato…mi spingerei oltre: adornerei corpi. Per vedere se riesco a restituirgli anima. I corpi di oggi, quelli che mi paiono un po’ spenti e dimentichi di avere nascosta un’essenza ben precisa, li ritrarrei riportando l’anima sottopelle in superficie.
GIUI: Quindi, non un ritratto dal vero, ma un’interpretazione?
P.F.: Io Non faccio i ritratti dal vero, li estraggo dalla memoria. Magari faccio degli schizzi ma poi produco tutto a memoria altrimenti che ritratti sono! Sarebbero una copia. Io mangio mele perché mi piacciono, poi faccio disegni di mele: l’essenza della mela.
G: se dovesse ritrarre me allora, cosa mi disegnerebbe?
P.F.: Partirei con un veliero che vola nel cielo alzato da una mongolfiera e poi continuerei, con altre cose pesanti che trasportate da altre leggere che lievitano nell’aria.
G: macché, mi spia lei?!!…Personalmente adoro questo stile delle sue decorazioni. Le decorazioni sono quella cose che il Design di oggi si è dimenticato, mi pare… lei cosa ne pensa, appunto, del Design, questo tema di cui si parla costantemente?
P.F.: Il design è quella cosa che gli italiani fanno naturalmente. Spontaneamente. E’ la misura, l’armonia, l’equilibrio. Non lo strafare, non l’esagerare. Essere corretti, essere rigorosi. Il design dovrebbe essere la produzione di oggetti di alta qualità a basso prezzo. La situazione si è invertita, è diventato sì il buon disegno, il più delle volte, ma ad alto prezzo. Per un élite. Allora è sbagliato. 
G: Cosa consiglia quindi a noi giovani designer di oggi, dai 23 ai 30 anni, che usciamo in massa da scuole che, quando abbiamo cominciato, ci promettevano un futuro luminoso nell’industria creativa ed ora il futuro sembra più a risparmio energetico? Qual è la formazione migliore per chi vuole imparare, tra le miliardi di scuole che trattano l’argomento e si sentono, ognuna, la migliore nel campo?
P.F.: A chi mi chiede numi per apprendere il design, questo strano mito dei nostri tempi, rispondo: “Andate a scuola di nudo”, questa è la scuola cui apprendere il design. Il saper disegnare, come gli antichi, permette di organizzare, di progettare una cosa o un oggetto, una vettura o il frontespizio o la pagina di un libro
G: Personalmente io ho qualche problema con le scuole d’arte…le vedo vecchie, antiquate, arroccate a principi consunti e poco autentici, poco curanti di ciò che realmente andrebbe insegnato, ma più interessate alle rette che possono pagare gli studenti. Lei ha frequentato una scuola di arte?
P.F.: Sono stato espulso dalla scuola. Da Brera. Non mi insegnavano quello che volevo imparare. Non insegnavano il disegno dal vero, disegnare il nudo.
 Farsi le ossa è quello che ho sempre sostenuto: il laboratorio. Cioè lavorare in cantiere. Capire i problemi nel fare una casa è la più bella delle scuole, perché si imparano tutti i mestieri, dal carpentiere al muratore, dal marmista all’elettricista, al falegname.
G: direi che il senso di ribellione è qualcosa che abbiamo in comune e poi, oltre all’amore per le mongolfiere, nel suo surrealismo, Sa, io mi trovo a casa.
P.F.: surrealismo però non so se è la parola giusta, io combatto le etichette e le firme, non credo nelle epoche e né nelle date, Non pongo limiti e niente è troppo esoterico per essere usato come ispirazione. Io voglio liberare la mia ispirazione dai confini del solito. Ma sono un razionalista. Contro la Scapigliatura.
G: In effetti, nella realtà dei tag, la poliedricità viene meno…Cosa mi dice invece del processo creativo, Come funziona per lei la creatività?
P.F.: Sento il bisogno di fare delle cose, le faccio. Cerco di farle nel miglior modo possibile. Cosa mi ispira a fare più di 500 variazioni sul viso di una donna? Non lo so. Ho cominciato a farle, non mi fermo mai. Variazioni su un viso di donna. 
G: Creatività è dunque fare. Lasciarsi andare e continuare a fare. In qualsiasi momento e per tutto il tempo…
P.F. :Il nostro mestiere è senza limite, a tempo pieno. Non c’è orario. Giorno, e anche notte. I miei sogni li traduco in realtà, qualunque cosa faccia. Ho riposto in ogni opera un messaggio, un piccolo racconto, certe volte ironico, senza parole evidentemente, ma udibile da chi crede nella poesia.
G: E’ stato un piacere, Signor Piero. Quando mi sentirò sopraffatta dalla realtà, crederò penserò al suo veliero, trasportato dalla mongolfiera e cercherò di far diventare così leggeri anche i miei pensieri.
Ed è così che il Signor Piero finisce il suo drink, mi porge il bicchiere decorato e si allontana, lasciandosi trasportare da uno sciame di farfalle colorate che passano di qui.
 
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La conversazione qui riportata è assolutamente immaginaria e rispecchia le mie opinioni e comprensioni circa il mio personale studio sulla figura di Piero Fornasetti. Le frasi sottolineate sono citazioni prese direttamente dalla mostra “100 anni di follia pratica”, svoltasi presso la Triennale, Milano.

Giui

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Sara ti racconto una storia

Data la mia propensione naturale nello scovare personaggi assurdi tra le pieghe della città metropolitana o dietro ai minuscoli angoli del paesino delle mie origini ho collezionato [e colleziono] storie immaginarie su questi protagonisti mancati.
E’ come un esercizio di poesia quotidiana: noto qualcuno e mi invento una storia su di lui.
Ecco qui questa, che è anche la soddisfazione di poter prendermi il tempo per scrivere qualcosa, in questo periodo così frastornato, causa impegni universitari [andati a buon fine però!] e sorprese che ancora non posso svelare.

Filippo non si chiamava Filippo, ma era così che lo chiamavano fin dal primo giorno che era arrivato qui, in Italia, a Milano. Era da tanto tempo che non sentiva pronunciare il suo vero nome che quasi gli sembrava non fosse mai esistito. Forse era per questo che Filippo camminava sempre un po’ ricurvo, perché si portava addosso tutta la malinconia delle cose di cui non ci ricordiamo il nome. Forse non c’è passato, ma solo presente, che si cancella automaticamente, appena domani diviene oggi, senza lasciare nessuna traccia. Era questo che pensava Filippo mentre passeggiava senza una meta precisa, giocherellando con un bastone che teneva nella mano destra. Quando arrivò al Castello Sforzesco e vide la fontana con i getti d’acqua, fu un attimo e senza che se ne accorgesse si ritrovò sul parapetto col bastone a interrompere i getti D’acqua e di colpo rivide il suo nome tra le increspature, la sua vita da bambino, la Cina lontana, i suoi fratelli, la sua voglia di avventura, il suo sorriso, il riflesso di quello che prova ora.

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C’è qualcosa di più frustrante che prolificare spasmodicamente idee senza interruzione e non avere il tempo per realizzarle?
La parola rimandare non è mai stata scritta sul mio dizionario, al suo posto si trova la dicitura:
Fare millecinquequattordicipolentadue cose in una volta tutte insieme perché non si riesce a dare una priorità.

Apro un melograno e ci vedo dentro tutti i progetti non realizzati che mi affollano la testa in questi giorni.

Riuscirò a mangiare soli i chicchi più maturi accantonando per il momento gli altri?

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Un Chicco di Melograno per ogni Pensiero

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WOR[L]DS #6

Vedo il sole filtrare dalla persiana di fronte il mio letto.
E’ venuto a salvarci dalla nebbia, a tirarci su il morale per le giornate grigie.
“Sarà una giornata meravigliosa”. Oggi voglio ripetermelo almeno 7 volte ogni ora.
Sono persino soddisfatta del mio WOR[L]DS #6!

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WOR[L]DS #6

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WOR[L]DS #5

Arrivata senza neanche che me ne accorgessi la quinta puntata di Worlds. E’ stata una settimana in cui il mio fisico ha fatto un po’ i capricci e il destino ha privato il futuro del mondo di una persona speciale: Lou Reed.

Si può essere tristi per la morte di una persona che non si conosce dal vivo? Forse si, se sei molto affezionata alla sua musica, del resto l’idea che hai di lui la conosci profondamente. So che avevo già scritto qualcosa a riguardo della scomparsa di Lou, ma il mio componimento ne ha risentito ancora, lo stesso.

Perciò, ecco il “mio” WOR[L]DS #5, il megapidieffone con tutti i componimenti dei partecipanti lo potete scaricare qui, mentre il prossimo kit è spiegato per benino sul blog di Camilla.

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Aperitivo del Venerdì con il Signor Ragnar Kjartansson [di come la musica ti cura l’anima]

[Ho avuto un appuntamento particolare questo Venerdì: un ritrovo in un’affascinante villa spersa nella campagna americana (così verde da non sembrare americana) per una jam session di alcuni amici e amici di amici.]

I musicisti sono tutti posizionati in angoli remoti delle stanze, altri invitati (tra cui i proprietari della casa) ed io, invece, siamo seduti all’esterno, sotto al portico, con davanti solo verde esteso a perdita d’occhio.

Qualcuno accorda gli strumenti, qualcuno scalda la voce: Cominciano.

Senza farmi vedere, sgattaiolo via dal portico ed entro in casa, dove comincio a vagare per le stanze, concentrando tutta la leggerezza di cui sono capace nei piedi, attirata dalla musica.                                                                                                                                        Ci sono voci che mi avvolgono e suoni che mi accompagnano verso altri suoni.                                                                                                   Mi sposto da una stanza all’altra e mi sembra che lo spazio sia costruito dalla musica: in biblioteca il suono del piano mi strugge , nello studio le lacrime di Gyða sono le mie, nella sala da bagno la voce e lo sguardo di Ragnar mi intenerisce profondamente.

Mi fermo, respiro e ascolto. Ipnotizzata dalla melodia. Respiro note, Espiro suoni.

E, ancora prima di accorgermene, sto cantando una canzone che non conosco.

One again I fall into my feminine ways
You protect the world from me, as I’m the only one who’s cruel,

who’s cruel, who’s cruel, who’s cruel, who’s cruel,

Forse stanno suonando solo per me?                                                                                                                                                                            Sanno che li sto spiando da dietro gli stipiti delle porte, ma continuano a suonare solo per me.                                                                     E’ come se fossimo tutti insieme, qui, ma ognuno solo con se stesso.                                                                                                                        E’ un’intima poesia decadente in cui io vago malinconica.

Un cannone. Un colpo al quella “palla nera” tra il cuore e l’apparato digerente che da giorni mi tortura, che ora sembra iniziare lentamente a sgretolarsi.

[Ma perché non lo scrivono sui libri di Medicina che la musica ti cura l’anima, eh?]

E…Così come è cominciato dolcemente, dolcemente tutto finisce. Fine di un momento, persistenza dell’emozione.

Tutti finalmente insieme corriamo nel verde esteso a perdita d’occhio.

Nemmeno per un attimo ho pensato di non esser lì con voi. Grazie.

Ragnar The Visitors Kjartansson hangar bicocca

A pink rose
In the glittery frost
A diamond heart
And the orange red fire

Once again I fall into
My feminine ways

You protect the world from me
As if I’m the only one who’s cruel
You’ve taken me
To the bitter end

Once again I fall into
My feminine ways

There are stars exploding
And there is nothing you can do

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Procrastinate

Ovvero, essere affetti da “sindrome di Quinto Carlo Massimo il temporeggiatore”.
Storie simili da procrastinatori seriali, che ieri decisero di rimandare a domani.
E a furia di pro-crastinare dopo mesi si è nella medesima situazione, perché non si tratta di una guerra punica, ma di una battaglia contro la propria “paura di non riuscire”.
Sono io, la maestra del Dilly-Dally, dello Shilly-Shally e dello Aspettare la Manna dal cielo. Inglesismi e dialettismi a parte, il problema rimane: se le cose diventano difficili mi vince l’inerzia.
Che sia oggi il giorno giusto per smettere di rimandare [i propri sogni, la scelta difficile da anni accantonata vicino alla bomboniera della comunione dei cugini, la decisione di affrontare ]? Si, lo è di sicuro.
1,2,3, spengo il mac e agisco.

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Primo Giorno di Scuola!

Primo Giorno di Scuola!

E’ nuovamente il nuovo anno, nuovamente da affrontare con una nuova-mente.
Impazzano i post sui tips per affrontarlo al meglio, in particolare qui quello della cara Camilla o le buone speranze di Sara, alias Nuvolosità Variabile.

Quindi, dato che abbiamo l’opportunità di cominciare due volte all’anno, a gennaio e a settembre, perché non fissare in questi due mesi un “tagliando” della nostra vita?
Lei ha i freni da cambiare, anzi, no, sa che facciamo li togliamo di peso, via tutti i freni inibitori!
Lei ha fatto troppi km, è ora che si fermi un po’! Lei invece con quella ipsilon color cappuccino, forza, cosa aspetta a schiacciare sull’acceleratore?
Mi faccia vedere quei tergi…ossignùur, per forza che non ci vedeva più, le mancano 3 diottrie!

Credo in un ottimo futuro, non mi interessa quello anteriore, poiché il passato prossimo mi ha insegnato a concentrarmi sull’immediato. Sarà un Autunno esplosivo, sorprendete e creativo, perché?
beh, è uscito addirittura il nuovo singolo degli arcade fire, pochi giorni fa ho fatto un sogno stranissimo e bellissimo di cui forse parlerò e ieri ho ricevuto un’ottima notizia!
Per quanto mi riguarda, anche io ho cercato di fare una lista di quei punti che vogliono trasformare la mia mente in nuova mente, nuovamente, come la fenice, continuare a rinascere.

* Allontanare le persone che vi regalano cattiveria. Un anno o due fa mi sarei lanciata nella missione impossibile di continuare a sorridergli, fino a che un giorno mi avrebbero sorriso indietro. Oggi dico: allontanatele. Ritiratevi nel vostro mondo, raccoglietevi nella vostra fragilità fatta di Cavalli Salvasogni, unicorni e Girandole Scacciapensieri e recuperate le forze, prendendovi tutto il tempo di cui avete bisogno. Quando ve la sentirete e i vostri occhiali avranno recuperato lo strato color rosa che li contraddistingue potrete uscire allo scoperto e continuare la vostra incosciente battaglia del sorriso da dove l’avevate lasciata. Non uscite allo scoperto prima, mi raccomando, o sarete ancora al punto di partenza e il lavoro fatto fino ad allora andrà in fumo. [si lo so, Non si capisce se sto parlando a me o a qualcuno… in realtà forse sto parlando a me stessa, ma con-dividere vuol dire portare le proprie esperienze, in modo che qualcun’altra, nel caso in cui si trovasse nella stessa situazione, possa trarne beneficio]. Se queste persone sono difficile da evitare fisicamente perché frequentano il vostro ambiente lavorativo/familiare, cercate di farlo con il cuore. Gea per esempio ha deciso che eviterà tutti i barboncini del paese.

* Non smettere mai di coltivarsi: leggere, ascoltare, fare. Ci sono così tante cose da scoprire al mondo…combattere la pigrizia, FORZA! Soprattutto si prenda ispirazione da ciò che ci circonda, ma lo si filtri attraverso la propria personalità. Bisogna continuare a cibarsi del mondo e continuare ad evolversi, ma non diventare la copia di nessuno. Trovare il nostro “Io” ed accudirlo. Sarebbe utile fissarlo pragmaticamente attraverso un giorno della settimana, credo che il mio sarà il mercoledì. Gea si impegnerà nella camminata quotidiana per scoprire ogni nuovo angolo nel giardino.

* Ricominciare a piacersi. Si può essere gli esseri può trascendentali del mondo, ma purtroppo alle volte guardandosi allo specchio si può cadere nella banalità più assoluta. A me capita nei periodi di stress estremo, così, senza che me ne accorga, smetto di piacermi. Nessuno è perfetto, ma in questi periodi quella più imperfetta di tutti mi sento io. I miei difetti fisici mi sembrano insormontabili e imperdonabili. Oggi ho la forza per dire che in passato ho affrontato queste cadute in modo completamente scorretto. Come le sto affrontando ora? Svegliandomi tutte le mattine, guardandomi allo specchio e ripetendo 7 volte: “Ma quanto sei carina!”. Un rito magico, per focalizzarmi sui miei dettagli migliori e cominciare ad amare quelli non che proprio non mi aggradano. Gea dice che non ha di questi problemi e i suoi rotoli di ciccia le piacciono moltissimo. Gea è un cane, ma è più avanti di me.

* GIOIA E RIVOLUZIONE! Ancora e per sempre! Un cambiamento forte nella vita. Quello a cui da un po’ si pensa ma che non si ha ancora avuto il coraggio di fare. Un taglio alle chiome da Principessa, andare a vivere da soli, cambiare città, mollare il lavoro che non ci piace anche se siamo in momento di crisi! Gea ha detto basta alla cuccia leopardata, da oggi passa dalla versione di “chien fatale” in favore di una copertina scozzese che le da un tono da cane colto.

* Ascoltare. Ascoltare di più, prendersi una giornata in cui si regala un ascolto ad un amico o sconosciuto, senza nominare la parola IO per tutta la durata del discorso. [Questo punto me lo sento cucito addosso eheh] Alla fine, ringraziare e andarsene. Gea dice che mi ascolta già tanto, che questo ultimo punto non la riguarda.

Bene, io e Gea siamo [quasi] pronti per questa giornata di primo giorno di scuola!

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