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L’APERITIVO DEL VENERDì COL SIGNOR CILDO MEIRELES [di sinestesia ed altre metafore liriche]

Cildo sorseggia lentamente una Caipirinha, perché dai, tutti se ci immaginiamo Cildo Meireles sorseggiare qualcosa è sicuramente una Caipirinha, mentre io non tradisco il mio fedele bicchiere di vino rosso fermo.
Ed è sempre sorseggiando che entriamo in un labirinto di trasparenze, in cui materiali trasparenti ma esiziali intralciano il passaggio ma permettono alla mia vista di scorrere oltre. L’occhio arriva a toccare quel che il passo non riesce a raggiungere. Sotto ai piedi lo scricchiolio di vetri, si, sono proprio vetri quelli che sto calpestando, frammentando coi miei stessi passi…cerco di romperli con attenzione, ma come si fa a rompere qualcosa con attenzione?
Cildo: “La senti? questa sensazione che provi è  l’attenzione che mette in allerta i tuoi sensi, per non correre il rischio di farti male. Sei in uno stato di allerta, che ti rende più ricettiva ed è questo lo stato perfetto per cogliere quello che ti voglio mostrare. Questi ostacoli sparsi nel labirinto sono le situazioni quotidiane di limitazione che esperisci durante il tuo percorso interiore, ma sono ostacoli che puoi spezzare fisicamente, come stai facendo coi vetri sotto i tuoi piedi per arrivare dove già da prima sei arrivata col tuo sguardo”

Atraves

senza titolo-001-2Através (1983-1989)Reti da pesca, voile, vetro rinforzato, reti da bestiame, carta, veneziane, sbarre, tralicci di legno, acquario, reti, filo spinato, catene, corda, cellophane…

G: “Signor Cildo non mi parli di ostacoli, io sono un mago nella rottura di vetri, oltre che di ostacoli, faccio della paura la prima arma per rompere i miei limiti…finché a volte non mi paralizzo completamente, può succedermi spesso davanti ai ricordi”
C: “I ricordi non si possono gestire, sono evocati da aspetti che a noi possono sembrare insignificanti, ma che per qualche oscura ragione mettono in atto questo meccanismo, secondo il mio parere uno degli elementi che permette di innescare questo meccanismo è la sinestesia, l’accostamento di piani sensoriali diversi”
Babel, 2001 apparecchi radiofonici di varie epoche accesi su decine di canali radiofonici diversi trasmessi simultaneamente

G: per me uno degli elementi più importanti che evoca i ricordi è l’odore, come quello che sento in questo momento, che addirittura mi evoca ricordi non miei, ma che posso immaginare.
C: “questo odore pungente è quello della storia americana che si edifica sulle ossa di ciò che ha distrutto. E’ l’odore delle 3 tonnellate di ossa di bue, delle 70.000 candele di paraffina di cui è costituito questo muretto che racchiude quel tepee creato con 6000 banconote dei diversi paesi americani. Invece, il rumore che senti è una sega elettrica, come quella che è stata usata per la distruzione delle foreste.  “Mi piace utilizzare i materiali per quello che sono e per quello che simboleggiano. Per questo uso dei materiali che le persone possano riconoscere immediatamente”.

Olvido

Olvido Olvido (1987-1989) Legno, 70.000 candele di paraffina, carbone, 3 tonnellate di ossa di bue, tepee indiano realizzato con 6.000 banconote di paesi americani, casse, lampada.

C: Fragilità e pericolo, che si percepiscono solo se si sperimentano su stessi. Solo attraverso questa esperienza si può capire davvero di cosa voglio parlare. Come il “camminare sulle uova”, 22.000 per la precisione, con un soffitto di proiettili che incombe, come un letto di aghi pronto a trafiggerci. non so se hai mai provato questa sensazione.
G: in realtà credo che l’abbiano provata tutti almeno una volta nella vita, questa sensazione di fragilità, come direbbe un mio amico “sometimes i feel like I’m made of eggshell”

Amerikka Amerikka Amerikka Amerikkka (1991-2013) 22.000 uova di legno dipinte con resina poliuretanica, 55.000 proiettili svuotati, legno, ferro

C.”Un’altro aspetto che mi interessa particolarmente è la contrapposizione degli opposti, di come essi si contaminano, come qui, vedi: una volta vi erano uno spazio bianco ed uno spazio nero, ma il passaggio delle persone da un ambiente all’altro li ha fatti diventare dello stesso colore”

Cintia Cintia
Cinza (1984-1986) Acrilico su tela, gesso, carbone, cavi, corda, ferro

Proseguiamo per la nostra passeggiata, ad un certo punto C. estrae dalla tasca una bustina con dentro due ghiaccioli ed io penso: “Non credevo fosse una persona così gelida!” [Ma si Sto arrivando!, questo è un sogno e nei sogni possono accadere le cose più impensabili], porge la stessa bustina anche a me e mi chiede di chiudere gli occhi e di mangiare i ghiaccioli quando me lo dirà lui. Lo seguo, sento che stiamo avanzando verso un rumore assordante e che man mano che ci avviciniamo un’aria calda mi viene incontro, quando sento “ORA”, mangio i ghiaccioli ed apro gli occhi. E’ in questo momento della mia vita, che capisco il vero significato della parola SINESTESIA. Non c’è definizione dello Zanichelli o della Treccani che tenga, per spiegare il significato di questa parola, bisogna entrare qui, in Entrevendo. Un’intera esperienza sensoriale.
I cubetti di ghiaccio si sciolgono e noi usciamo da questo tunnel di legno e andiamo oltre, io mi porto dietro un ricordo in più.

Entrevendo Entrevendo(1970-1994) Termoventilatore, tunnel di legno, pezzi di ghiaccio

G: “Mi sembra di sentire il rumore del mare, non riesco a capire da dove proviene, ah ecco forse da li.”
C. mi accompagna verso il luogo da cui proviene il rumore ed entriamo in uno spazio immersivo. Un pontile che sia affaccia su un’apparente distesa d’acqua.
C:”Ecco, è proprio da qui che proviene, ma non è Il mormorio del mare, è quello di voci che sussurrano la parola ‘Acqua’ ripetuta in 85 diverse lingue.”
Guardando bene sotto di me, mi accorgo che quello che percepivo da lontano come movimento è  in realtà statico e ciò che credevo fosse liquido è solido.
G:”e questa quindi, non è acqua, ma l’idea di colore del mare?”
C: “Si, esatto. E’ una distesa di fascicoli aperti, tutto questo spazio in cui siamo non è altro che “una sorta di realtà virtuale low-tech. E’ un gioco sin-estetico di percezioni.

MarulhoMarulho (1991-1997)  Rampa di legno, libri, traccia audioNon riesco quasi ad abbandonare questo posto, in così poco tempo è riuscito a crearmi per lui nostalgia, la stessa che ho per l’elemento del mare. Sono piena di emozioni contrastanti, fragili ma in equilibrio tra loro. Adesso mi alzo, mi dico seduta su questo pontile atemporale, mentre osservo C. che mi saluta con un cenno e diviene sempre più del colore del mare intanto che cammina sul pontile e oltre.

senza titolo-001La conversazione qui riportata è assolutamente immaginaria e rispecchia le mie opinioni e comprensioni circa il mio personale studio sulla figura di Cildo Meireles e la visita alla personale dell’autore intitolata: “Installations” a cura di Vicente Todolí, che si è svolta  dal 27 marzo al 20 luglio 2014, presso HangarBicocca, via Chiese 2, Milano

Giui

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Aperitivo del Venerdì con il Signor Antony Hegarty [di come la musica ti cura l’anima/Parte 2]

Capita, a volte, che ti svegli e il mondo ti si sgretoli sotto i piedi. Giornate in cui non riesci a mettere insieme i pezzi, per costruire un’immagine di te, che sia abbastanza solida da affrontare il marciapiede, la metro, il treno, le persone, il cinismo e i sassi nelle scarpe. Giornate in cui l’apatia prende il sopravvento e tutta la tua sensibilità pesa come un macigno, che ti schiaccia dentro al letto. Probabilmente questi attimi sono sintomi di dolore inespresso, di lacrime che da tempo ricacci dentro allo stomaco, finché non scoppiano, rivendicando il proprio diritto di scorrere.
In queste giornate, sono fortunata, ho tanti amici che mi vengono a trovare.
Immagine Uno di questi è Antony Hegarthy. A. arriva nella sua tunica nera fino in fondo ai piedi, con in mano una bottiglia di vino rosso, di cui mi versa un bicchiere e poi comincia a cantare. Si esibisce in tutto il suo repertorio, parte da “River of Sorrow“, scivola fino a “Deeper than Love“, fa il bis della sua intera pietra preziosa “I’m a bird now“, poi, “Another World“,  tutto “Swanlights“, finendo con “Cut the World“.
Solo alla fine si avvicina e mi abbraccia, in una stretta che sa di mare. Dolce e nostalgica. Il posto da cui ti rendi conto sei sempre venuto e a cui tendi sempre ritornare. Il rumore del mare è amplificato dalle casse toraciche e si mescola con le note di “Thank you for your love“.
E tutto quell’accumulo di dolore, desiderio, passione, rabbia, malinconia comincia a sciogliersi. Lascia il suo posto alla gioia. Non avendo mai studiato musica, non so quale sia il quid, che permetta che tutto ciò avvenga. Non so quale siano le note che aprano la porta della percezione e comincino a guarire le ferite. Da non-musicista mi viene da affermare che sia la purezza della sua persona, che traspira dalla sua musica. Una magia che è al contempo gioia e malinconia. Antony, un bicchiere di vino rosso e questo aperitivo in solitudine sono quell’ora che regalo a me stessa per essere fragile. E dopo aver finito il mio bicchiere di vino, dopo che Antony se ne è andato, mi posso ben ricordare, che sono proprio le fragilità i nostri punti di forza, quelli su cui si sviluppa il nostro percorso artistico e non. La sensibilità, che spesso è causa dei miei più grandi malesseri è al contempo la linfa vitale per il mio percorso d’artista, quindi sarebbe un delitto privarsene, solo, quando fa un po’ male, si può guarire con piccole dosi di musica. 
Immagine
La conversazione qui riportata è assolutamente immaginaria e rispecchia le mie opinioni e comprensioni circa la figura e la musica di Antony Hegarthy degli Antony and the Jhonson. Le foto inserite nel post sono state prese da internet e sono pronta a rimuoverle in caso violassero qualsiasi cosadicuinonsonoassolutamente a conoscenza, basta scrivermi a: giui.giuliarusso@gmail.com
Giui
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Aperitivo del Venerdì con il Signor Ragnar Kjartansson [di come la musica ti cura l’anima]

[Ho avuto un appuntamento particolare questo Venerdì: un ritrovo in un’affascinante villa spersa nella campagna americana (così verde da non sembrare americana) per una jam session di alcuni amici e amici di amici.]

I musicisti sono tutti posizionati in angoli remoti delle stanze, altri invitati (tra cui i proprietari della casa) ed io, invece, siamo seduti all’esterno, sotto al portico, con davanti solo verde esteso a perdita d’occhio.

Qualcuno accorda gli strumenti, qualcuno scalda la voce: Cominciano.

Senza farmi vedere, sgattaiolo via dal portico ed entro in casa, dove comincio a vagare per le stanze, concentrando tutta la leggerezza di cui sono capace nei piedi, attirata dalla musica.                                                                                                                                        Ci sono voci che mi avvolgono e suoni che mi accompagnano verso altri suoni.                                                                                                   Mi sposto da una stanza all’altra e mi sembra che lo spazio sia costruito dalla musica: in biblioteca il suono del piano mi strugge , nello studio le lacrime di Gyða sono le mie, nella sala da bagno la voce e lo sguardo di Ragnar mi intenerisce profondamente.

Mi fermo, respiro e ascolto. Ipnotizzata dalla melodia. Respiro note, Espiro suoni.

E, ancora prima di accorgermene, sto cantando una canzone che non conosco.

One again I fall into my feminine ways
You protect the world from me, as I’m the only one who’s cruel,

who’s cruel, who’s cruel, who’s cruel, who’s cruel,

Forse stanno suonando solo per me?                                                                                                                                                                            Sanno che li sto spiando da dietro gli stipiti delle porte, ma continuano a suonare solo per me.                                                                     E’ come se fossimo tutti insieme, qui, ma ognuno solo con se stesso.                                                                                                                        E’ un’intima poesia decadente in cui io vago malinconica.

Un cannone. Un colpo al quella “palla nera” tra il cuore e l’apparato digerente che da giorni mi tortura, che ora sembra iniziare lentamente a sgretolarsi.

[Ma perché non lo scrivono sui libri di Medicina che la musica ti cura l’anima, eh?]

E…Così come è cominciato dolcemente, dolcemente tutto finisce. Fine di un momento, persistenza dell’emozione.

Tutti finalmente insieme corriamo nel verde esteso a perdita d’occhio.

Nemmeno per un attimo ho pensato di non esser lì con voi. Grazie.

Ragnar The Visitors Kjartansson hangar bicocca

A pink rose
In the glittery frost
A diamond heart
And the orange red fire

Once again I fall into
My feminine ways

You protect the world from me
As if I’m the only one who’s cruel
You’ve taken me
To the bitter end

Once again I fall into
My feminine ways

There are stars exploding
And there is nothing you can do

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L’aperitivo del Venerdì di G. e L. con il Signor Jeff [di realtà e altra finzione]

Jeff Wall, Band & crowd (2011)
 
Jeff Wall, in front of a nightclub (2006)
 
Jeff Wall, Imnsonia (1994)
 

E’ l’alba, siamo frastornati da una notte insonne, passata tra concerti rock, locali notturni, fumo e alcool, ma Jeff ci aspetta e ci fa entrare in silenzio, a Barcellona, nel padiglione di Mies Van der Rohe.

Jeff Wall, Morning Cleaning, Mies van der Rohe Foundation, Barcelona (1999)
 

G pensa: “ecco, ci sono, dopo averne studiato i dettagli per anni durante i miei studi di architettura, finalmente son qui dentro e mi sembra di non averlo mai visto questo padiglione. Sarà che è così presto, sarà che tranne me, L. e Jeff, l’unico presente è un uomo delle pulizie che lava i vetri”

L. “Beh, ci racconti signor Jeff, lei non nasce come fotografo, ma come storico dell’arte. E’ forse questo il motivo per cui le sue immagini, più che al mondo della fotografia, appartengono a quello dell’arte contemporanea?”
Jeff: “Si, credo che sia colpa anche dei miei studi in Storia dell’Arte se alcune mie foto possono ricordare quadri di Delacroix e Manet”

G: “Fotografia come pittura… qui mi nasce spontanea una domanda signor Jeff, che cos’è per lei Arte?”

Signor Jeff: “Un grande scrittore ha detto che l’arte è ‘una promessa di felicità’. Una promessa forse che non deve essere mai mantenuta, ma che deve essere fatta in ogni caso con sincerità. Una promessa che può essere fatta e rifatta anche dopo che non è stata mantenuta. Una promessa che ogni volta deve essere accettata, nonostante le delusioni del passato”

L: “Una promessa di felicità, una promessa eterna, eterna come l’arte antica. Quindi è questo uno dei suoi obiettivi? portare la stoicità dell’arte antica nella “Actuality” moderna?”

Signor Jeff: “Forse, più che riportarla, svelarla. Anzi, creare legami! Svelare che dietro ad un attuale ragazzo bagnato sotto la pioggia si nasconde un antico kuros 

Jeff Wall, Young men with the rain (2011)
 

L: “Tutti questi riferimenti, pittorici e letterari, fanno di Jeff Wall un artista, un fotografo, o che altro?”

Signor Jeff: “Io ritengo che comunque il mio lavoro rimanga sempre chiaramente inscrivibile all’interno dei confini della fotografia, la quale non appare mai come una mera combinazione di altre arti, sebbene includa la pittura, il collage e via discorrendo. Io definisco quel che faccio “cinematografia”. Per me questo termine significa che, per quanto riguarda l’immagine in sé, si è imparato molto dal cinema e che non c’è mai un singolo, unico, valido modo di praticare la fotografia. Si può lavorare secondo metodologie strettamente documentariali, oppure si possono adottare diversi tipi di artifici, riproducendo entrambi gli approcci nella stessa foto. Tutto questo può rappresentare un uso legittimo della fotografia nel comporre un’opera d’arte”

L: “Quindi quanto pesano le sue fotografie, Jeff?”

Signor Jeff: “Quanto una scena vera attuale, con un “prima” e “un dopo” realmente immaginabili”

G: “E… qual è il colore predominante delle sue fotografie?”

Signor Jeff:“la luce, sicuramente la luce”

Ormai siamo usciti dal padiglione e ci incamminano per strada, di fronte a noi una coppia cammina tenendosi per mano, lui trascina leggermente lei e fa un gesto inequivocabile all’asiatico che gli cammina di fianco. Ad un certo punto un rumore di spari, tutti e tre ci voltiamo. 
Nulla, non c’è nulla, solo un uomo seminascosto da una macchina che con le mani simula un fucile.
 
Ma al di là, sulla rete di un cancello, intravediamo una camicia intrisa di sangue.
Che strana la realtà, si mescola alla finzione in presenza di Jeff, pensiamo.
 
Jeff Wall, Mimic (1982)
Jeff Wall, A Man with rifle (2000)
 
Jeff Wall, Bloodstained garment (2003)
 
questo aperitivo del Venerdì è stato vissuto, immaginato e scritto a quattro mani, da Giui e Luigi di Scrivere e Fotografare
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L’aperitivo del Venerdì con il Signor Doisneau [di umani e altre spiritosaggini]

Giui: “Per me un bicchiere di rosso, anzi, scusi, un calice e fermo, eh!
         Ah, Signor Doisneau per lei bollicine, immagino.”

Signor Doisneau: “Si, ca marche, ma non ferme grazie”


Giui: “Io comincerei subito con le domande che ho da farle, se mi permette.”


Il Signor Doisneau sorseggia immediatamente lo Champagne contenuto nel bicchiere che il cameriere gli ha appena posato davanti, fa un gargarismo e risputa, lestamente, il contenuto nella borsetta, corredata di chihuahua, corredato da fiocchetti rosa, corredati da brillantino, della Signora dalla parlantina lenta seduta con le amiche nel tavolo da parte al nostro.


Nessuno lo vede, tranne me.

Che però sono troppo intenta a gustare il mio rosso fermo e la perfezione mentale in cui colloco Parigi, per considerare reale un fatto del genere.
[Che bella Parigi, forse riuscirò a dirlo al Signor Doisneau quanto amo Parigi, prima che nostri bicchieri si svuotino.]

Giui: “Dicevamo…Signor Doisneau, quanto pesano le sue fotografie?”


Signor Doisneau: “dipende…alcune, quelle che preferisco, quanto una gentilezza inaspettata.”


Giui: “Cosa ha spinto, lei, forse uno dei primi freelance della storia, a fare il fotografo? L’indole naturale, una passione innata o da piccolo era molto grasso e solo e una volta cresciuto ha provato con la fotografia a recuperare la propria autostima postando foto da 1000 e passa like su instagram?”


Signor Doisneau: “uhm no… diciamo che quando ho iniziato, il fotografo era nel migliore dei casi un ingegnoso dilettante la cui attività era tollerata a patto che ci accontentasse di restare ai margini delle vere corporazioni. Quanto ai Signori della Cultura Ufficiale, quelli non scherzavano: bastava accennare alla fotografia che li si poteva vedere, dimentichi delle antiche contese, formare quadrato e marciare compatti


Giui: “Ah, quindi, ai suoi tempi, tutto il contrario di adesso, insomma. La fotografia era considerata praticamente solo funzionale e assolutamente con nessuna pretesa di artisticità.”


Signor Doisneau: “Ma, al giorno d’oggi l’immaginazione visiva della gente è più sofisticata, più sviluppata, specialmente nei giovani, tanto che ora puoi fare una foto che suggerisce solo un piccolo qualcosa, poi di essa si può dare davvero ciò che si vuole


Giui: “Si beh, forse sicuramente è più sviluppata, anche grazie al fatto che abbiamo la possibilità di fotografare sempre e comunque e con tutto: cellulare, tablet, compatte, reflex, aggeggi che stanno in una mano….peggio delle spie russe durante la guerra fredda. Però, mi permetta, non credo che questo avanzamento della tecnologia abbia portato un pari progresso mentale. Ho visto i suoi collage, le sue alterazioni, le sue installazioni…ed è proprio questo uno degli aspetti che mi ha stupito di più, ho visto in queste sue opere molta più sperimentazione che in ogni filtro di Instagram o in ogni preset di Lightroom. Perché, secondo lei?”


Signor Doisneau: “Non so, ma forse posso rispondere spiegando come mi prende la      voglia di fare una fotografia. 
Spesso è la continuazione di un sogno. 
Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. 
Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo dall’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. 
Non credo si possa vedere intensamente più di due ore al giorno.
E sai, in fondo, io credo che le foto sono come le piante: non riusciranno realmente a prosperare a meno che non parli con loro. Molte di loro si comportano come brave bambine e mi fanno un bel sorriso ogni volta che passo loro davanti, ma altre sono delle vere porche e non perderebbero mai nessuna occasione per rovinare la mia vita
 
Giui: “Quindi, forse ho capito…è l’entusiasmo, quello vero, che nasce non per un egoismo autocelebrativo personale, ma per una passione, che alla fine trapela dal risultato. A volte le passioni sono così intense che portano immense soddisfazioni ma anche rovinose conseguenze, ma, in ogni caso, credo che abbia ragione, vanno coltivate, proprio come le piante.”
 
Signor Doisneau: “Si. In fondo quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.” 
 
Giui: “E questo mondo lo ha trovato nella Parigi degli anni Trenta, senza andare troppo lontano, a casa sua, nelle persone comuni, nei  minuscoli eventi della vita, nei momenti di trascurabile felicità. Questa sua personale e artistica visione del mondo, trasposizione poetica del reale, ci piace proprio, proprio tanto.
Ma, cosa sarebbe stato se non avesse fatto il fotografo?”
 
Signor Doisneau: “Il Cavaliere difensore del ‘fantastico sociale‘ “
 
E così, si congeda il signor Doisneau con un profondo gesto di saluto, poi, veloce, si alza, si gira e sembra andarsene per la sua strada…
ma volgendosi di scatto, scatta!
Cosa? La Signora seduta con le amiche nel tavolo da parte al nostro, che salta dalla sedia improvvisamente, buttando all’aria la borsa, corredata di chihuahua, corredato da fiocchetti rosa, corredati da brillantino. 
Tutto per Aria,e lo champagne scambiato per urina che cola dalla pelle della borsetta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Questo aperitivo immaginario nasce dalla visita della mostra dedicata a Robert Doisneau ora in corso allo Spazio Oberdan a Milano, potete andarla a visitare fino al 5/5/2013…ne vale davvero la pena!

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Aperitivo del Venerdì con il Signor Epicuro [della Felicità e altre banalità]




Giui: “Beh Signor Epicuro, vedo che se la passa bene, più di duemilaetrecento anni e non sentirli. Per caso va dallo stesso chirurgo di Silvio? No, ssst, non voglio saperlo in realtà. Sintetizzando la sua lunga esistenza e attività: E’ nato a Samo nel 341 a. C. il suo nome significa “soccorritore”. Coincidenza?


Di professione filosofo ellenista fondatore dell’epicureismo, passata alla storia come teoria del Piacere. Cioè il classico sfattone/intellettualoide di sinistra che dopo il Liceo nella piccola città di provincia si trasferisce a Bologna per fare il Dams…me lo lasci dire, è fortunato ad essere in pensione, se no sarebbe disoccupato e farebbe il cameriere in un bar del centro”

Signor Epicuro: “Si, si è vero…e fare il cameriere non era proprio una delle mie aspettative, sa, sono un po’ choosy. Fortunatamente sono andato in pensione con la minima, ma non divaghiamo. Vorrei dire una cosa: come tutti i più grandi geni e politici: sono stato frainteso.”


Giui: “Capisco il fatto che non sia stato capito, ma, capiamoci, dobbiamo far capire chi legge di cosa stiamo parlando, se no non si capisce nulla. Adesso ci proviamo:

C’era una volta il mondo delle polis, periodo di democrazia florida, dove scopo della filosofia era il sapere in se stesso. Cade la polis, finisce la democrazia. Crisi culturale, politica, filosofica. Disagio. [ah, mi sembra di aver già visto questa situazione] Cambio di rotta della filosofia che scopre l’esigenza di garantire all’uomo la tranquillità dello spirito.”

Signor Epicuro: “E qui arrivo io. Non sviscererò qui ora tutto l’epicureismo, anche perché la popolazione del 2000 non ha tempo per leggere post troppo lunghi e poi sono già al secondo bicchiere di rosso, ma vorrei affrontare il tema a me caro della felicità. Perché é vano il discorso di quel filosofo che non curi qualche male dell’animo. Felicità è liberazione delle paure e dei turbamenti, cioè aponia e atarassia. Lasciate perdere il lexotan, l’erba di Grace o qualsiasi altra sostanza, ho io il quadrifarmaco che fa per voi.
Avete paura degli Dei? Beh, tranquilli, sono così perfetti che a loro di voi non gliene frega nulla.
Avete paura della morte? 
Beh, se ci siete voi, non c’è lei, se c’è lei, vuol dire che non ci siete voi. Perciò perché aver paura di qualcosa che non c’è?
Vi manca il piacere? 
Esso è facilmente raggiungibile e ve lo dimostrerò.
Avete paura del dolore fisico? 
Beh, se il male è live allora il dolore fisico è sopportabile. Se il male è acuto, tranquilli, passa presto. Se è acutissimo, ancor più tranquilli, arriverà la morte a consolarvi presto. Mal d’animo? Sappiate che essi sono prodotti dalle opinioni fallaci dagli errori della mente, che si possono combattere con la filosofia.”
Giui: “Ah, ecco come faceva a campare, faceva il rappresentante di farmaci” 
Signor Epicuro: “Non si è mai troppo vecchi o troppo giovani per essere felici. Uomo o donna, ricco o povero, ognuno può essere felice. Il sommo bene è il piacere, edoné, ma attenzione, ci sono due tipi di piacere: c
atastematico (statico) e cinetico (dinamico).
Ecco, volere l’iphone 5 anche se avete il 4S fa parte dei piaceri del secondo tipo. Questi tipi di piacere sono vani, durano un istante e poi ti lasciano più insoddisfatto di prima, tanto che vorresti l’iphone 6 anche se non è ancora uscito.
Accontentarsi delle piccole cose, vivere ogni momento in modo prezioso come se fosse l’ultimo, senza preoccuparsi dell’avvenire sono piaceri del secondo tipo, che portano alla serenità”
Giui: “Tipo il sole in una giornata invernale con la neve.”
Signor Epicuro: “Si, esatto. Sta tutto nel cercare di governare i propri desideri. Di tralasciare quelli che non sono naturali, ma indotti dall’esterno. La felicità è in realtà l’esito di un calcolo razionale. Vorrei concludere con tre ingredienti per la felicità:
Amicizia, di tutti i beni che la saggezza procura per la completa felicità della vita il più grande è l’amicizia.
Libertà, l’uomo libero dalle opinioni altrui è già un passo avanti nel cammino della felicità. Cercando la vera felicità ci si accorge come le azioni dei più non tendano al piacere vano quanto all’emulazione di una felicità goduta da altri o accettata sulla fiducia.
lI Pensiero, la parola e la scrittura liberatoria e consolatoria, come questa chiacchierata davanti ad un bicchiere di vino rosso, come scrivere un post sulla felicità.”
Giui: “ronf….ronf…eh?! ah, no, mi scusi, non credo di aver mai visto un post così lungo, sa quando lei era in voga le cose erano più lente e più lunghe.”
Epicuro: “E perché ora non lo possono essere, non possono ricominciare ad esserle?”

Già, perché?

Giui: “La bottiglia è finita, signor Epicuro. E’ stato un piacere, un catastematico piacere. Alla prossima”




Meneceo,
Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. A qualsiasi età è bello occuparsi del benessere dell’animo nostro. Chi sostiene che non è ancora giunto il momento di dedicarsi alla conoscenza di essa, o che ormai è troppo tardi, è come se andasse dicendo che non è ancora il momento di essere felice, o che ormai è passata l’età. Ecco che da giovani come da vecchi è giusto che noi ci dedichiamo a conoscere la felicità. Per sentirci sempre giovani quando saremo avanti con gli anni in virtù del grato ricordo della felicità avuta in passato, e da giovani, irrobustiti in essa, per prepararci a non temere l’avvenire. Cerchiamo di conoscere allora le cose che fanno la felicità, perché quando essa c’è tutto abbiamo, altrimenti tutto facciamo per possederla. Pratica e medita le cose che ti ho sempre raccomandato: sono fondamentali per una vita felice.
Prima di tutto considera l’essenza del divino materia eterna e felice, come rettamente suggerisce la nozione di divinità che ci è innata. Non attribuire alla divinità niente che sia diverso dal sempre vivente o contrario a tutto ciò che è felice, vedi sempre in essa lo stato eterno congiunto alla felicità. Gli dei esistono, è evidente a tutti, ma non sono come crede la gente comune, la quale è portata a tradire sempre la nozione innata che ne ha. Perciò non è irreligioso chi rifiuta la religione popolare, ma colui che i giudizi del popolo attribuisce alla divinità. Tali giudizi, che non ascoltano le nozioni ancestrali, innate, sono opinioni false. A seconda di come si pensa che gli dei siano, possono venire da loro le più grandi sofferenze come i beni più splendidi. Ma noi sappiamo che essi sono perfettamente felici, riconoscono i loro simili, e chi non è tale lo considerano estraneo. Poi abìtuati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, senza l’inganno del tempo infinito che è indotto dal desiderio dell’immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. Perciò è sciocco chi sostiene di aver paura della morte, non tanto perché il suo arrivo lo farà soffrire, ma in quanto l’affligge la sua continua attesa. Ciò che una volta presente non ci turba, stoltamente atteso ci fa impazzire. La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi. Non è nulla né per i vivi né per i morti. Per i vivi non c’è, i morti non sono più. Invece la gente ora fugge la morte come il peggior male, ora la invoca come requie ai mali che vive. Il vero saggio, come non gli dispiace vivere, cosi non teme di non vivere più. La vita per lui non è un male, né è un male il non vivere. Ma come dei cibi sceglie i migliori, non la quantità, così non il tempo più lungo si gode, ma il più dolce.
Chi ammonisce poi il giovane a vivere bene e il vecchio a ben morire è stolto non solo per la dolcezza che c’è sempre nella vita, anche da vecchi, ma perché una sola è la meditazione di una vita bella e di una bella morte. Ancora peggio chi va dicendo: bello non essere mai nato, ma, nato, al più presto varcare la soglia della morte. Se è cosi convinto perché non se ne va da questo mondo? Nessuno glielo vieta se è veramente il suo desiderio. Invece se lo dice cosi per dire fa meglio a cambiare argomento. Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro. Solo cosi possiamo non aspettarci che assolutamente s’avveri, né allo stesso modo disperare del contrario. Cosi pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari, altri naturali soltanto. Ma fra i necessari certi sono fondamentali per la felicità, altri per il benessere fisico, altri per la stessa vita. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice, a questo noi indirizziamo ogni nostra azione, al fine di allontanarci dalla sofferenza e dall’ansia. Una volta raggiunto questo stato ogni bufera interna cessa, perché il nostro organismo vitale non è più bisognoso di alcuna cosa, altro non deve cercare per il bene dell’animo e del corpo. Infatti proviamo bisogno del piacere quando soffriamo per la mancanza di esso. Quando invece non soffriamo non ne abbiamo bisogno. Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice, perché lo abbiamo riconosciuto bene primo e a noi congenito. Ad esso ci ispiriamo per ogni atto di scelta o di rifiuto, e scegliamo ogni bene in base al sentimento del piacere e del dolore. È bene primario e naturale per noi, per questo non scegliamo ogni piacere. Talvolta conviene tralasciarne alcuni da cui può venirci più male che bene, e giudicare alcune sofferenze preferibili ai piaceri stessi se un piacere più grande possiamo provare dopo averle sopportate a lungo. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. Bisogna giudicare gli uni e gli altri in base alla considerazione degli utili e dei danni. Certe volte sperimentiamo che il bene si rivela per noi un male, invece il male un bene. Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile. I sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca.
Saper vivere di poco non solo porta salute e ci fa privi d’apprensione verso i bisogni della vita ma anche, quando ad intervalli ci capita di menare un’esistenza ricca, ci fa apprezzare meglio questa condizione e indifferenti verso gli scherzi della sorte. Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci, come credono coloro che ignorano il nostro pensiero, o lo avversano, o lo interpretano male, ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno. Perché non sono di per se stessi i banchetti, le feste, il godersi fanciulli e donne, i buoni pesci e tutto quanto può offrire una ricca tavola che fanno la dolcezza della vita felice, ma il lucido esame delle cause di ogni scelta o rifiuto, al fine di respingere i falsi condizionamenti che sono per l’animo causa di immensa sofferenza. Di tutto questo, principio e bene supremo è l’intelligenza delle cose, perciò tale genere di intelligenza è anche più apprezzabile della stessa filosofia, è madre di tutte le altre virtù. Essa ci aiuta a comprendere che non si dà vita felice senza che sia intelligente, bella e giusta, né vita intelligente, bella e giusta priva di felicità, perché le virtù sono connaturate alla felicità e da questa inseparabili. Chi suscita più ammirazione di colui che 133 ha un’opinione corretta e reverente riguardo agli dei, nessun timore della morte, chiara coscienza del senso della natura, che tutti i beni che realmente servono sono facilmente procacciabili, che i mali se affliggono duramente affliggono per poco, altrimenti se lo fanno a lungo vuol dire che si possono sopportare? Questo genere d’uomo sa anche che è vana opinione credere il fato padrone di tutto, come fanno alcuni, perché le cose accadono o per necessità, o per arbitrio della fortuna, o per arbitrio nostro. La necessità è irresponsabile, la fortuna instabile, invece il nostro arbitrio è libero, per questo può meritarsi biasimo o lode. Piuttosto che essere schiavi del destino dei fisici, era meglio allora credere ai racconti degli dei, che almeno offrono la speranza di placarli con le preghiere, invece dell’atroce, inflessibile necessità. La fortuna per il saggio non è una divinità come per la massa – la divinità non fa nulla a caso – e neppure qualcosa priva di consistenza. Non crede che essa dia agli uomini alcun bene o male determinante per la vita felice, ma sa che può offrire l’avvio a grandi beni o mali. Però è meglio essere senza fortuna ma saggi che fortunati e stolti, e nella pratica è preferibile che un bel progetto non vada in porto piuttosto che abbia successo un progetto dissennato. Medita giorno e notte tutte queste cose e altre congeneri, con te stesso e con chi ti è simile, e mai sarai preda dell’ansia. Vivrai invece come un dio fra gli uomini. Non sembra più nemmeno mortale l’uomo che vive fra beni immortali.

 




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