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Il Cavallo SalvaSogni @Who Art you!

Settimana Scorsa in uno di quei momenti grigi scuri, quasi neri….DRIIIIN DRIIIIN mi squilla il telefono. Rispondo, ascolto, mi tremano le mani, arrossisco e balbetto [mio atteggiamento usuale quando apprendo certe notizie], insomma, faccio proprio la figura di un famoso titolo di Dostoevskij, riaggancio e mi sfogo con il consueto balletto della felicità. Fortunatamente, in casa, non era presente nessuna delle mie coinquiline o avrebbero perso le poche speranze che ormai riponevano nella mia normalità.

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Sta di fatto che, ECCO, mi hanno comunicato che ho passato le prime selezioni con la mia scultura “ll Cavallo SalvaSogni” per la mostra/contest WHO ART YOU? che mi da diritto di partecipare, insieme agli altri artisti selezionati, il 23 Maggio presso l’Alzaia Naviglio Pavese [siiiii, questo luogo mi vuole bene!!! è dove avevo esposto l’anno scorso per il fuorisalone l’installazione “COLTIVIAMO[CI]” ] ad una mostra collettiva/evento! Tra gli 80 artisti della prima selezione ne verranno scelti 12, che avranno diritto ad una mostra personale di una settimana in una galleria d’arte Milanese e la possibilità di essere scelti per una mostra a Londra! Eh, lo dico subito, nel caso, abbastanza considerevole, io non passi le altre selezioni, sarà stata si una buona esperienza, ma avrò bisogno di una di quelle dosi di abbracci massicce figurate e non. Perciò, se avete o avreste voluto almeno una volta infilare il vostro sogno nella tasca del cavallo SalvaSogni, support Giui, please!

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La scelta sarà fatta da una giuria selezionata, non dal pubblico, ma un vostro supporto sarà il mio cuscino morbido su cui atterrare per non farmi troppo male. E ricominciare di nuovo a sognare. Sinceramente, per svariati motivi, ero indecisa se partecipare o no a questo concorso, è stata una mail arrivata da lontano che mi ha convinto a non perdere questa occasione…è qui che mi sono resa conto di quando sia importante il supporto delle persone che abbiamo intorno. Finora sono stata davvero fortunata, perché amici di vecchia data e nuove conoscenze virtuali mi danno coraggio ogni giorno per continuare a credere in ciò che faccio. E quando “eccessivi concentrati di realtà (come l’affitto da pagare, problemi di salute, angosce sul lavoro e chi più ne ha, più ne metta)” si manifestano nello stesso periodo, si è tentati di smettere di sognare. E’ questo il momento in cui abbiamo più bisogno di energia positiva, di vedere che, intorno a noi, tanta gente crede in ciò che facciamo. Supportarsi a vicenda, anche attraverso un piccolo gesto ha un potere immenso, scatena un effetto farfalla, che ci fa sentire più leggeri!

Vi auguro una buona, ottima giornata, di camminare sempre un po’ coi piedi leggermente staccati da terra e di continuare a credere nei vostri sogni….

Il cavallo SalvaSogni

Giui

 

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James M. Cain_La Falena

Sono irrimediabilmente attratta da tutte le passioni profonde. A prescindere dal tipo, quando una persona sviluppa una passione viscerale, mi piace godere della sua compagnia. Che sia cucinare, dipingere, progettare, scrivere, leggere, tutto ciò che è portato avanti con intensità mi attira. Perciò, sono molto contenta di partecipare al Bookeater club organizzato da Camilla di Zelda Was a Writer all’Open a Milano, stasera dalle 19! In questa terza puntata parleremo del libro La Falena di James M. Cain l’appuntamento del mese di Aprile.

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Un romanzo che mi è piaciuto e in cui trovato interessanti collegamenti e contrasti con il precedente libro di Marzo, “Tutto quel che è la vita” di J. Salter.

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C’è tanto altro che vorrei dire, vorrei parlare di come, quando ho letto della falena caudata e della sensazione di estasi provocata da questa nel protagonista, mi sia immediatamente ricollegata ad alcuni momenti della mia infanzia.  O potrei dire di come, mentre mi addentravo nella vita del personaggio, nelle orecchie mi sia cominciata a risuonare la parola autenticità nel senso Heideggeriano del termine.

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La Falena è infatti un libro che parla delle corrispondenze, che confondiamo per coincidenze, ma soprattutto, di identità spasmodicamente cercata, in un viaggio che dura una giovinezza, la quale comporta una discesa e una risalita trai più vili sentimenti umani, giù, fino in fondo alla notte [che, per quanto cruda, decisamente meno scura di quella di Cèline], in uno scenario storico, che ha qualcosa di contemporaneo.

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Ma di tutto questo e molto altro ancora ne parleremo stasera al Bookeater club! Buona Giornata a tutti!
ps: i cahiers du bonheur  li trovate qui!

“La prima cosa di cui ho ricordo è una grossa falena caudata. L’avvistai in Druid Hill Park, proprio all’inizio della strada dove sorge la nostra casa, a Baltimora, sulla terrazza di Mont Royal. Nelle giornate nuvolose fa piuttosto buio, e lucciole, pipistrelli e rondini spuntano fuori in un intrico di segnali. Un giorno in cui il cielo aveva il colore dell’ardesia bagnata, mi trovavo lì con Jane, la bambinaia nera, e quella cosa cominciò a svolazzare intorno. La seguii per un po’, da un muro a una siepe, a un cespuglio, e infine corsi in cerca di Jane, perché potesse vederla anche lei. Al ritorno, trovai lì un ragazzo che avrà avuto dieci o dodici anni, ma che allora mi sembrò più grande di quanto, tempo dopo, doveva sembrarmi un centromediano di Yale. Brandiva un bastone col quale tentava di abbattere la falena. Mai in vita mia, in sogno, su un campo di battaglia o altrove, provai una sensazione di orrore paragonabile a quella. Strillai da far saltare i timpani. Quando Jane intervenne, disse al ragazzo di smetterla, ma quello continuò a picchiare. Lei gli strappò il bastone dalle mani. Lui le sferrò dei calci e lei glieli restituì sugli stinchi. Poi lui sputò, ma io non guardavo nemmeno. Non avevo occhi che per quella splendida cosa verde, tutta palpitante di luce, che si allontanava svolazzando tra gli alberi, libera e viva. Era una sensazione che immagino gli altri provino pensando a Dio, in chiesa. Sembrerà forse assurdo dire che a volte, nel corso della mia vita, quando qualcosa accadeva dentro di me, fui in grado di spiegarne il significato con la pallida, verdeazzurra tinta luminosa che la sensazione sprigionava.
Assurdo, ma è così.” 

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Architettura, BLOG, Design

EHI MAMMA GUARDA SIAMO SU DOMUS!

E’ questo quello che ho esclamato mentre ero al telefono con mia mamma e sfogliavo le pagine di domus 979-La città dell’uomo, dove, a pagina 6, inizia un racconto dell’esperienza di Michele de Lucchi con l’insegnamento, in cui si parla del corso di “Design degli Interni” tenuto da lui e Andrea Branzi che ho frequentato nel primo semestre. Sottotitolo del corso, come cita anche De Lucchi: “Architettura senza fondazioni”.

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Mi ha fatto immensamente piacere vedere le foto dei nostri modellini e dei nostri visi su Domus, ma, sinceramente, più che per la sorpresa di essere finiti in una rivista così istituzionale [su cui dubito fortemente comparirò ancora, anche solo per sbaglio!], per i ricordi del corso, che è stato sicuramente uno dei più formativi della mia carriera universitaria.

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Ciò che mi ha colpito di più di Michele de Lucchi è Michele de Lucchi.
Prima delle sue opere, viene il suo essere e poi…è facile capire tutto il resto.
Quando si pensa ad una persona carismatica, l’immaginario comune ci ha insegnato a credere, che sia logico pensare ad una persona forte, irruente, determinata, il cui carisma quasi si impone nel suo essere nel mondo. E invece la persona più carismatica che io abbia conosciuto ha gli occhiali tondi senza spigoli, stupisce per la sua presenza-assenza, parla pianissimo, che devi impegnarti con tutti i muscoli del corpo per sentirlo, è leggero e non fa rumore, mentre accenna qualche schizzo molto chiaro su un foglio che porta i tuoi scarabocchi, che ora arrossiscono per la loro stessa prepotenza.
Ciò che la persona e il design di de Lucchi sembrano mormorare è:
La fragilità non è debolezza.
Ma al massimo, gentilezza.
Te lo dice con una luce soffusa, che filtra dalle scandole di un modellino, che non credevi saresti mai stato in grado di costruire. Soprattutto lo credevi quando insieme ai tuoi compagni di gruppo, dopo giorni e notti e notti e giorni di estenuante lavoro, eri intento a cucire la millequattordicesima scandola insieme.
Quella che trovi nella Cappella St. Jacob o che è esalata da Bonne Nuit, che sono solo due, delle sue creazioni, che mi hanno colpito di più.

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Il Laboratorio è stata una vera esperienza fisica il cui risultato è stato un modellino in legno, costruito, pezzo per per pezzo, insieme ai miei compagni di gruppo. Più che la fine, come sempre, è stato il processo per arrivarci ad aver lasciato qualcosa in me: le notti insonni, gli sbagli ripetuti, le piccole soddisfazioni di quando tutto quadra.

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In questi anni, credo di avere avuto qualsiasi tipo di professore [nessuno di loro mi ha mai permesso di dormire la notte prima della consegna, ma questa è un’altra storia], ma nessuno, mai si era seduto prima tra i banchi degli studenti a prendere appunti quando un altro professore spiegava, o coglieva I TUOI spunti, spunti da studente e ci rifletteva su [Mi ricordo ancora quando mi è capitato di esclamare durante alcune revisioni ANFITEATRO! NOSTALGIA MALINCONICA! E lo sguardo del prof. De Lucchi che si fermava, ripeteva la parola e chissà come nei suoi pensieri la trasformava, la progettava].

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Quindi non mi resta che dire, Grazie Signor Michele! A voi auguro una buona giornata, ma soprattutto di trovare qualcuno nella vostra carriera universitaria o lavorativa, che invece che “spegnervi” vi accenda, invece di ordinarvi vi proponga, invece di competere collabori…

🙂

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BLOG, Fotografia

● SPRING in VELVIA ●

Primavera non bussa lei entra sicura 
come il fumo lei penetra in ogni fessura 
ha le labbra di carne i capelli di grano 
che paura, che voglia che ti prenda per mano. 
Che paura, che voglia che ti porti lontano. 

*De Andrè

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*Velvia scaduto [altri scatti dello stesso rullino qui, altri esperimenti analogici qui.]

Buona Primavera a tutti!

🙂

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COLTIVIAMO[CI] […un anno dopo]

Ho voluto aspettare un anno, per svelare i risultati di COLTIVIAMO[CI], l’allestimento con cui avevo personalmente partecipato al Fuorisalone l’anno scorso. Vi ricordate? vi avevo chiesto di seminare nel mio “mini orto portatile” ciò che avreste voluto coltivare di voi stessi. Quale qualità, quale speranza, quale rivoluzione. Ed oggi è giunto il momento, vi richiamo all’appello! A che punto è la vostra semina personale? c’è stata raccolta? Vi posso dire che non tutti i bulbi sono fioriti, ma alcuni splendono ora nel mio giardino [anche se un po’ diversi, dai fiori disegnati sulla confezioni da cui provenivano i bulbi…ma non formalizziamoci eh!]

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Dopo un anno, a che punto sono le vostre aspirazioni? Sono nati girasoli dai semi che vi avevo regalato?

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Se vi va di farmelo sapere, sono più che felice di ascoltarvi!

Buona giornata!

🙂

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Designweek2014_see u @SuperStudio più!

Forse dopo 5 anni che studio/lavoro in questo ambiente ho pensato che forse dovrei aggiungere al mio portfolio online la sezione Architecture & Design.. Mi ci ha fatto pensare l’ultimo progetto realizzato per il corso di “Brand & Licensing” tenuto dal professore Marco Turinetto, che sto seguendo in questo semestre alla Facoltà di Design. Un corso in cui, ovviamente, sono finita per caso, ma che, ancor più casualmente mi piace più di quanto potessi immaginare!

Il corso funziona a contest ed il primo che ci hanno proposto era quello di creare dei gadget in carta da lasciare ai visitatori dello spazio di Brother, che per tutto il periodo del FuoriSalone trovate a SuperStudio più, Tortona District! [si, la stessa zona in cui mi avete trovato l’anno scorso, vi ricordate?]

Le idee di alcuni studenti, tra cui anche la mia, sono state scelte, così, oggi e venerdì dalle 15 alle 18, mercoledì e giovedì dalle 11 alle 13, potete passarmi a trovare in via Tortona 27, vi regalerò un iris colorato.

Si, esatto, ecco cos’ho architettato per questo contest, un iris colorato! Perché? Ecco Perché!

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Perciò, vi aspetto!

 

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Il Rumore della Serenità

il rumore della serenità

Che rumore fa la serenità?
Quello dei pop corn che scoppiano insieme alle tue obiezioni al corso della realtà.
O Forse, sono i tuoi pensieri, che stanno scoppiando?
E’ il momento in cui la roccia più forte che conosci si sgretola ed appare fragile [se tu mamma riuscissi ad accettare che io, più che roccia, sono un’appassionata collezionista di frammenti fragili, sarebbe più vicina anche la tua, di serenità].
E’ la constatazione che il tuo fisico è quel che è, e basta. Ha bisogno di dormire, di riposarsi e vomita spesso.
Ma è così. Te lo porti dietro insieme alla cellulite più spinosa.
E’ il riscontro del fatto che dopo un’attesa, attendi la prossima.

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E’ la scoperta che certe cose, che qui dire “cose” è un eufemismo impersonale per dire persone, non le puoi cambiare.
Ed è il motivo per cui ti senti estranea al tuo sangue per cui hai cominciato un’estenuante ricerca per portare a casa la gente, ma soprattutto, te stessa [che poi tu lo faccia con fili, stoffa, ricamando, cucendo e fotografando e lo chiami arte è un’altra storia].
Una ricerca dell’incantesimo che colmi il buco della solitudine creata da uno scarto tra le parole “te” e “famiglia”.
Che poi forse la parola famiglia è stata mondialmente fraintesa, ti viene da pensare, che “famiglia” c’entri con il DNA sia vero come che i gelati alla crema non si possano mischiare con quelli alla frutta sullo stesso cono.
Mentre scrivo, prendo atto del fatto che se c’è qualcosa che non va ascolto LA musica [Antony and the Jhonson, Eels, Soap&Skin, e tanti altri feriti dalle note], quando c’è più di qualcosa che non va: scrivo.
Mentre scrivo, solitamente mi viene un’idea, [assodato che per me le idee non sono altro che un amuleto per combattere situazioni negative. Tipo mia nonna direbbe il rosario, io mi faccio venire idee.]
Quella fulminante, assurda, idea che mi compare per la testa in questo momento è registrare il rumore della serenità:
Come il rumore che fanno i pop corn quando scoppiano, come lo sfrigolare dei pancakes sul fuoco.
E il fatto che serenità faccia rima con mangiare, per me, è una pura e sana verità.

il rumore della serenità

Il rumore della serenità

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