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Sogni / bi[sogni]

“A me piacciono troppe cose e io mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito. Questa è la notte e quel che ti combina. Non avevo niente da offrire a nessuno eccetto la mia stessa confusione.”

 Jack Kerouac_on the road

Eh si. Il complesso della scelta di Kierkegaard non mi abbandonerà mai.

Perché mi innamoro di tutto.
Mi entusiasmo con nulla e scegliere per me significa perdere la possibilità di fare qualcosa altro.
Ed è questo il motivo per cui probabilmente combinerò poco e nulla, così come potrebbe essere il motivo per cui soffro di insonnia.
Stasera, mentre mi crogiolo nel letto delle mie indecisioni, l’unica frase, l’unica àncora in un mare di “mah,boh,bah,perché” è: io sogno di fare arte, arte che faccia star bene la gente.
E tutto il resto, è suppellettile. Promesse fatte ai genitori, scommesse con me stessa, rivendicazioni sulla società.
Ma in realtà, non mi importa di nient’altro, se non di fare arte, arte che sollevi i cuori pesanti come il mio.
L’unica ansia che potrei permettermi è quella di aver paura di non riuscire a realizzare il mio sogno. Invece aggiungo milioni di altre ansie imposte.
Ma insomma G. Non hai ancora imparato a combattere per il tuo diritto di sorridere? 
 
 

 

 

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Papaver rhoeas: il papavero magico.

Nella mitologia greca il Papavero era visto come il fiore della consolazione.
Demetra, la Dea dei campi e dei raccolti, dopo la scomparsa della figlia Persefone, aveva riacquistato la serenità solo dopo aver bevuto infusi prodotti con i petali rossi del fiore.
 
Ed io che sono un po’ malata di mitologia e di ritualità, in quello che ho deciso sarebbe stato l’ultimo giorno di giorni grigi, mi sono messa alla ricerca di un campo di papaveri.
Così partiamo, Esse ed io, alla ricerca dei papaveri perduti, perduti perché non ve n’è più traccia, in nessuno dei luoghi in cui per giorni li ho visti trionfare, mentre correvo in macchina ed ero di fretta, costantemente di fretta, in bilico tra i mille, soliti, impegni!
Puff! Spariti.
Disperazione.
Un segno del destino.
Cataclismi emotivi.
La tragedia dell’impossibile compiutezza del rito.
Non trovare un campo di papaveri non è una cosa grave.
Non trovare un campo di papaveri, metafora di un rinnovamento interiore, può essere destabilizzante.
Forse i veri papaveri sono le persone che ci stanno accanto, che ci appoggiano per non mollare. Che ci convincono che se non ci sono campi di papaveri, si possono trovare campi di qualcos’altro, qualsiasi altra cosa, che ci possa incoraggiare a ri-cominciare. A ri-caricarci.
E’ così, che Esse ed io, abbandoniamo la ricerca, ma non smettiamo di procedere.
Arriviamo fino a Gabbiano, località vicino alla Rocca d’Olgisio, in Val Tidone.
Dove ci sono di quelle viste che rendono gli animi un po’ migliori.
Camminiamo fino ad un piccolo Santuario, che assomiglia più ad una casa, il Santuario della Beata Vergine del Sasso, posto proprio su un promontorio, racchiuso da alberi.
“Sembra un po’ il giardino segreto”
Mary Mary pensieri neri, come ti viene il giardino? Margherite gialle fra i peri, campanule d’argento e lupino.
 
“Ti immagini se li, dietro gli alberi, ci fosse un campo di papaveri?”
e c’é davvero.
sembra una favola, ma non la è.
Forse è un’esperienza-metafora, che ammonisce di non arrendersi mai. Io spesso me lo dimentico, ma la vita continua a ricordarmelo.
Imbraccio la mia Minolta e scatto, scatto tutto il rullino, foto ai papaveri, a Esse tra i papaveri, ai papaveri trai papaveri, ai papaveri dietro ai papaveri, papaveri, papaveri, papaveri.

“Cose assai sorprendenti possono accadere a chi, avendo nella mente
un pensiero sgradevole e scoraggiante, abbia semplicemente il buonsenso
di accorgersene e scacciarlo via in tempo sostituendolo con un altro
pensiero piacevole e ottimista. Due cose non possono occupare
contemporaneamente lo stesso posto. Là dove coltivi la rosa, non può
crescere il cardo.”

 
Esse ed io, ce ne andiamo contenti.
Col cuore leggero.
Riavvolgo il rullino. C’è qualcosa che non va.
Apro titubante Cassandra, la mia Minolta: Non c’è niente.
Neanche l’ombra di un rullino.
I casi sono due: è sparito magicamente o dall’ultima volta che ho fatto foto è passato così tanto di quel tempo che non mi ricordavo di aver chiuso la macchina senza inserire un nuovo rullino.
Ovviamente, io credo nella prima. Credo che anche questo sia un insegnamento: certe cose così belle non si possono descrivere, non si possono ricordare con oggetti, ma solo con il cuore.
E soprattutto: spesso ci culliamo nei riti, cerchiamo consolazione in combinazioni magiche e tradizioni inventate, ma questo, se da un lato può aiutare, dall’altro ci può far perdere di vista che siamo noi, solo noi, il nostro più grande portafortuna.
Non c’è rito che valga, se non siamo noi a voler ri-cominciare.
Di questa giornata rimangono solo poche foto scattate da Simone, fortunatamente provvisto di digitale.
Ma né loro, né le parole scritte finora possono trasmettere quello che voglia dire, perciò, forza, uscite alla ricerca del vostro campo di qualsiasicosachenonc’è, ma soprattutto alla ricerca di voi stessi!
Buon Viaggio, buona scoperta!
Giui
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