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Giui @Fuorisalone !

Se questo post fosse stato scritto ieri, appena ricevuta la bella novella, probabilmente sarebbe cominciato così:
 
AaaaAAAAAAahahahhahahahahhayyyyyyyuuuuuuuuuuuuupppppiiiiiiiiiii!!!!!!!!!!!!!!!!! yeah yeah yeah yeah!!!!! yup yup yup yup!!!! oh supermegayeah! Here we gooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
 
Ma ieri, dopo la bella novella, non ho avuto neanche la capacità di aprire il Mac.
Ho saltato per casa per circa un’ora e mezza, ubriaca di felicità. Ho persino urlato. Per svariati minuti. E oltre.
 
Sta di fatto che ho partecipato ad un concorso, questo qui .
Sta di fatto che ieri mi hanno comunicato che sono una delle vincitrici, che avrà la fortuna di esporre al Fuori Salone di Milano.
Sta di fatto che se passerete all’Ex Fornace di Mattoni dall’11 al 14 Aprile, sul Naviglio Pavese a Milano, mi troverete lì con il mio nuovo progetto: COLTIVIAMO[CI]
 
 
 

 Cos’è Coltiviamo[ci]?

“In un momento di crisi generale, come quello in cui viviamo si propone di tornare ad un valore fondamentale per l’uomo: il coltivare. Metaforicamente la coltivazione di un fiore diviene la coltivazione del proprio mondo interiore: aspirazioni, pensieri, passioni, nella speranza di poter coltivare insieme un mondo diverso. L’idea si concretizza in un’installazione e performance collettiva, composta da un mini giardino, con cui ogni visitatore potrà interagire “seminando” nella terra un seme vero e proprio, segnalando poi sul cartellino, che vi apporrà vicino, ciò che vuole coltivare di sè”.
 
Insomma, coltivare un fiore come metafora per coltivare se stessi.
 
Ovviamente, non ho ancora niente di assolutamente pronto, solo un milioni di schizzi, e come al solito la mia rinomata “ansia da prestazione” mi sta mandando nel pallone. Passo da momenti di sconforto, a momenti di super euforia e momenti di assurda apatia.
Certo che questa pioggia non aiuta.
Certo che finirò col fare tutto due giorni prima senza neanche dormire.
 
Credo che questa opportunità sia calzata a pennello.
Il giorno precedente, la pioggia mi era entrata dentro, non mi aveva lasciato scampo.
Era stato un giorno di quelli in cui i miei sogni sembrano così lontani ed io mi sento una piccola ragazza di periferia illusa e inconcludente.
Giornate che passo a guardare un cavallo di pezza con dentro il mio sogno.
Beh, anche questa volta, mi ha portato fortuna.
Ci saranno altre tantissime giornate così G.,ma le passerai e persevererai, vedrai che persevererai.
 
Quindi, vi aspetto al Fuori Salone e…Buoni Sogni a Tutti!  😉
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[non] assomigliava ad un mangiatore di pane



Qui viveva un uomo gigantesco, che pascolava le greggi
Da solo, in disparte, non con altri
Stava, ma stando in disparte, non conosceva la legge.

Era una meraviglia mostruosa, non assomigliava
Ad un uomo mangiatore di pane, piuttosto ad una cima selvosa
Di alti monti, che appare distante dalle altre.

[Odissea: XI canto]
 
Ulisse e pane.
Odissea e pasta madre. 
Credo di non sapere bene nemmeno io dove voglio arrivare.
Si parta dall’inizio e G., per una volta G., cerca di non far confusione!
 
Parte tutto da una ventina di giorni fa, quando ho assistito al Piccolo Teatro di Milano ad un incontro-spettacolo dal nome, appunto, “Non assomigliava ad un mangiatore di pane” . I relatori/lettori erano personaggi d’eccezione, Marco Paolini, Eva Cantarella e Don Virgilio Colmegna.
Ora, per chi non si è addormentato o non è già scappato a vedere “Come è fatto” su Real Time, voglio parlare brevissimamente del soggetto dello spettacolo in questione:
Ulisse, l’Odissea e il pane.
La frase citata è riferita ad il Signor Ciclope, il quale di pane non ne ha mai mangiato e per quello, forse , devono essergli cresciuti ciuffi di pelo inognidddove, tanto da farlo confondere per una sorta di montagna.
Ora, la morale non è mangiate pane se non volete farvi crescere ciuffi di pelo indisponenti, ma:
Il pane è l’alimento che rende l’uomo umano. 
Perché? perché il pane è il primo prodotto ad essere stato lavorato dalle mani dell’uomo, che ha coltivato appositamente le materie prime per poterlo produrre.
Ah, coltivare è una cosa che gli animali non sanno fare.
 
 

Oh no, forse tutto cominciava da prima, da quando più o meno un mese e mezzo fa una mia amica mi ha regalato la pasta madre. 
Ok, lo ammetto, io il pane l’ho sempre detestato, ne ho sempre mangiato pochissimo, ma l’idea del lievito naturale mi ha sempre affascinato tantissimo [sarà per il mistero della vita? non a caso, ho chiamato la mia pasta madre Zoe, “vita” in greco antico], così ho cominciato ad allevarlo, come per fare pace con, gli ormai miei amici, carboidrati.

All’inizio è stato un rapporto un po’ difficile…diciamo che abbiamo avuto bisogno di conoscerci, di capire quali erano i nostri ritmi.
Ci siamo venute incontro, io le lascio il suo tempo per lievitare, lei mi permette di panificare ottimamente anche con la macchina del pane, per ottimizzare ogni mio minuto.
Siamo due esseri molto diversi io e la mia pasta madre.
Io vado sempre di fretta, corro e faccio mille cose in una volta.
Lei ha il suo tempo, una cosa per volta.
Così, sto cercando di imparare un po’ da lei, questa lentezza, che è un ritmo naturale, forse molto più del mio eterno incessante navigare. [Mio e del Signor Ulisse.]
 
Quindi, non so bene cosa ho voluto dire con questo discorso, come sempre prolisso, forse tutto ciò non ha nemmeno un senso, ma dato che Ulisse mi perseguita e sembra essersi eletto “modello comportamentale dell’anno”, così, tanto per, butto giù questa equazione.
 
Ulisse : G = Ciclope : dis/umanità [intesa come ritmo di vita disumano] = pane : pasta madre
 
Non so bene che razza di operazione sto combinando, chiedo venia, io e la matematica non siamo mai state amiche, in ogni caso, buon [lento] [panifico] appetito!

 

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Carciofono #parliamodiparole

Qual è il problema di avere troppi progetti?
No, non è un indovinello stupido di quelli tipo “qual è il colmo per…” ma il dilemma che attangalia tutti i giorni una sventurata fanciulla tuttofare come me: il non avere tempo [e tempo in certi casi fa rima con forza, che a sua volta fa rima con fisica e mentale] per portare avanti, come si dovrebbe, ogni progetto.
Una storia da cui ne partono altre parallele e intersecanti, due, o forse tre o 44 in fila per uno, o hopersoilconto. 
Così sembrava che #parliamodiparole fosse stato accantonato e riposto nell armadio insieme alla cuffia col pom pom multicolor comprata quest’inverno che non ho mai messo e non metterò mai…invece no!
nei momenti liberi il ricamo è continuato come una strenua battaglia contro il mio “non avere tempo”
e altre [bellissime] parole si sono aggiunte alla lista delle sillabe da ricamare.
Stasera parlo di quella di Elena, che in mezzo alle parole scritte ci vive, anzi, ci sogna direi 🙂 .
Ha costruito questo mondo magico intorno a carta scritta, un mondo che si chiama Bookbank, di cui ho già parlato e di cui credo parlerò ancora, perché?
perché è un luogo che ha un buon profumo e un ottimo sapore.
Bando alle lettere, prima che io crolli per la stanchezza, ecco, il nuovo vocabolo di cui si arricchisce il dizionario #parliamodiparole

carciofono=zampa di cucciolo utilizzabile come microfono. il c. è caratterizzato dalla forma a carciofo e dall’aroma di biscotto.


quando l’ho letta sono un po’ rimasta senza parole, tanto che forse dovrei inventarne una per descrivere la cosa, parola che dovrà assolutamente comunicare l’idea di: stupore, allegria, dolcezza e meraviglia insieme.


Nel frattempo ecco il work in progress dei tentativi di ricamare “Senso”




La bellezza del ricamo è proprio questa: 

ti costringe a prenderti il tuo tempo.
ti costringe a dedicargli il suo tempo.
E non puoi barare, se ci provi, te la fa pagare, con un risultato scadente e la doppia fatica di disfare e rifare tutto per placare i tumulti della tua coscienza, che sa, che avresti fatto meglio a metterci il tempo che ci dovevi mettere, senza dar retta alla fretta.
Per un mondo in cui ci si innervosisce per la connessione internet troppo lenta,
Per una persona che non sa aspettare, non riesce a stare ferma ed è più multitasking del suo Iphone non è mica una cosa così.
E’ come una piccola ribellione, a ciò che ci circonda, alla nostra indole.
E pensare che c’è chi crede che si tratti solo di infilare qualche filo con l’ago.

*ringrazio tutte le mie insegnanti per la loro pazienza e la “Tina” per avermi prestato questo meraviglioso libro specializzato per ricamare cifrari!


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17-23 Marzo || Settimana contro il Razzismo!

Dal 17 al 23 Marzo si svolge la settimana contro il razzismo e sono orgogliosa che per promuovere gli eventi di cui sarà composta sia stata scelta una mia foto, precisamente, quella scattata per il concorso PYCS un anno fa che mi aveva permesso di vincere una meravigliosa Sardina. Tutte le foto del concorso saranno esposte da stasera a Spazio4.
 
 

 

 

L’esperienza di Pycs la ricordo con un sorriso, si trattava di immortalare, attraverso una macchina fotografica usa e getta, il tema della inter/multiculturalità, così mi ero trovata a bighellonare per due giorni nei luoghi meno frequentati da italiani della mia città per scoprire piccoli mondi nascosti proprio ad un palmo dal mio naso, di cui non conoscevo assolutamente l’esistenza. Devo ancora ringraziare le tre ragazze del Burkina Fasu con cui ho passato un’intera giornata tipo [merenda dal kebabbaro-shopping dal “cinese”].
 
Avevo finito la giornata a casa di mia nonna, con questo scatto a mio cugino, eh si, perché io l’integrazione culturale ce l’ho in casa, eccola lì che mi guarda.
La mia multiculturalità ha gli occhi più grandi di me e un sorriso che copre mezzo viso, con mille denti bianchi più del latte.
La mia interculturalità si chiama Lorenzo.
Lorenzo, metà italiano, metà nigeriano, sorride sempre anche se è nato un po’ con la tragedia nel sangue e si porta sulle spalle una di quelle storie su cui si potrebbe scrivere un libro.  Uno di quelli al passato prossimo, con la foto di un bimbo in copertina, un inizio triste ed un finale relativamente felice, di quelli che vendono milioni di copie e per alcuni anni se parla tantissimo.
Nessuno scriverà mai un libro su di lui, per questo, ho deciso di fotografarlo.
 
Questa foto è un po’ dire: tendi la mano al tuo prossimo, anche se è diverso da te.
 
Questa vita è un gioco strano, potresti essere tu domani a trovarti dall’altra parte e aver bisogno di una mano diversa dalla tua.
Credo che tutti almeno una volta nella vita abbiamo avuto un atteggiamento di esclusione nei confronti di un altro perché diverso, ma, nel contempo, almeno una volta lo abbiamo anche subito.
Pensateci bene. 
Non diteli, ma custodite quei momenti come un segreto e quando sarà l’occasione, ricordatevene.
 
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Aperitivi Immaginari, BLOG, Fotografia

L’aperitivo del Venerdì con il Signor Doisneau [di umani e altre spiritosaggini]

Giui: “Per me un bicchiere di rosso, anzi, scusi, un calice e fermo, eh!
         Ah, Signor Doisneau per lei bollicine, immagino.”

Signor Doisneau: “Si, ca marche, ma non ferme grazie”


Giui: “Io comincerei subito con le domande che ho da farle, se mi permette.”


Il Signor Doisneau sorseggia immediatamente lo Champagne contenuto nel bicchiere che il cameriere gli ha appena posato davanti, fa un gargarismo e risputa, lestamente, il contenuto nella borsetta, corredata di chihuahua, corredato da fiocchetti rosa, corredati da brillantino, della Signora dalla parlantina lenta seduta con le amiche nel tavolo da parte al nostro.


Nessuno lo vede, tranne me.

Che però sono troppo intenta a gustare il mio rosso fermo e la perfezione mentale in cui colloco Parigi, per considerare reale un fatto del genere.
[Che bella Parigi, forse riuscirò a dirlo al Signor Doisneau quanto amo Parigi, prima che nostri bicchieri si svuotino.]

Giui: “Dicevamo…Signor Doisneau, quanto pesano le sue fotografie?”


Signor Doisneau: “dipende…alcune, quelle che preferisco, quanto una gentilezza inaspettata.”


Giui: “Cosa ha spinto, lei, forse uno dei primi freelance della storia, a fare il fotografo? L’indole naturale, una passione innata o da piccolo era molto grasso e solo e una volta cresciuto ha provato con la fotografia a recuperare la propria autostima postando foto da 1000 e passa like su instagram?”


Signor Doisneau: “uhm no… diciamo che quando ho iniziato, il fotografo era nel migliore dei casi un ingegnoso dilettante la cui attività era tollerata a patto che ci accontentasse di restare ai margini delle vere corporazioni. Quanto ai Signori della Cultura Ufficiale, quelli non scherzavano: bastava accennare alla fotografia che li si poteva vedere, dimentichi delle antiche contese, formare quadrato e marciare compatti


Giui: “Ah, quindi, ai suoi tempi, tutto il contrario di adesso, insomma. La fotografia era considerata praticamente solo funzionale e assolutamente con nessuna pretesa di artisticità.”


Signor Doisneau: “Ma, al giorno d’oggi l’immaginazione visiva della gente è più sofisticata, più sviluppata, specialmente nei giovani, tanto che ora puoi fare una foto che suggerisce solo un piccolo qualcosa, poi di essa si può dare davvero ciò che si vuole


Giui: “Si beh, forse sicuramente è più sviluppata, anche grazie al fatto che abbiamo la possibilità di fotografare sempre e comunque e con tutto: cellulare, tablet, compatte, reflex, aggeggi che stanno in una mano….peggio delle spie russe durante la guerra fredda. Però, mi permetta, non credo che questo avanzamento della tecnologia abbia portato un pari progresso mentale. Ho visto i suoi collage, le sue alterazioni, le sue installazioni…ed è proprio questo uno degli aspetti che mi ha stupito di più, ho visto in queste sue opere molta più sperimentazione che in ogni filtro di Instagram o in ogni preset di Lightroom. Perché, secondo lei?”


Signor Doisneau: “Non so, ma forse posso rispondere spiegando come mi prende la      voglia di fare una fotografia. 
Spesso è la continuazione di un sogno. 
Mi sveglio un mattino con una straordinaria voglia di vedere, di vivere. 
Allora devo andare. Ma non troppo lontano, perché se si lascia passare del tempo dall’entusiasmo, il bisogno, la voglia di fare svaniscono. 
Non credo si possa vedere intensamente più di due ore al giorno.
E sai, in fondo, io credo che le foto sono come le piante: non riusciranno realmente a prosperare a meno che non parli con loro. Molte di loro si comportano come brave bambine e mi fanno un bel sorriso ogni volta che passo loro davanti, ma altre sono delle vere porche e non perderebbero mai nessuna occasione per rovinare la mia vita
 
Giui: “Quindi, forse ho capito…è l’entusiasmo, quello vero, che nasce non per un egoismo autocelebrativo personale, ma per una passione, che alla fine trapela dal risultato. A volte le passioni sono così intense che portano immense soddisfazioni ma anche rovinose conseguenze, ma, in ogni caso, credo che abbia ragione, vanno coltivate, proprio come le piante.”
 
Signor Doisneau: “Si. In fondo quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.” 
 
Giui: “E questo mondo lo ha trovato nella Parigi degli anni Trenta, senza andare troppo lontano, a casa sua, nelle persone comuni, nei  minuscoli eventi della vita, nei momenti di trascurabile felicità. Questa sua personale e artistica visione del mondo, trasposizione poetica del reale, ci piace proprio, proprio tanto.
Ma, cosa sarebbe stato se non avesse fatto il fotografo?”
 
Signor Doisneau: “Il Cavaliere difensore del ‘fantastico sociale‘ “
 
E così, si congeda il signor Doisneau con un profondo gesto di saluto, poi, veloce, si alza, si gira e sembra andarsene per la sua strada…
ma volgendosi di scatto, scatta!
Cosa? La Signora seduta con le amiche nel tavolo da parte al nostro, che salta dalla sedia improvvisamente, buttando all’aria la borsa, corredata di chihuahua, corredato da fiocchetti rosa, corredati da brillantino. 
Tutto per Aria,e lo champagne scambiato per urina che cola dalla pelle della borsetta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*Questo aperitivo immaginario nasce dalla visita della mostra dedicata a Robert Doisneau ora in corso allo Spazio Oberdan a Milano, potete andarla a visitare fino al 5/5/2013…ne vale davvero la pena!

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Rana e Senso #parliamodiparole


Dopo una breve pausa dal progetto #parliamodiparole dovuta a cavalli da accompagnare a Torino e attacchi di knitting art urbana, ecco qui, due, meravigliose, parole ri-scoperte da www.notebookofhappiness.com, nonché Iwona.
Se vi capita date un’occhiata al suo blog, è dolcissimo, come un pezzo di cioccolata prima di andare a dormire dopo una brutta giornata. 🙂 

Senso è una parola che mi affascina. Basta analizzare le espressioni come “avere il senso d’umorismo”, “mi fa senso”, “non ha un senso”, “usare cinque sensi”, “avere il sesto senso” per capire che  infondo presentano una visione del mondo caotico e sovversivo , dove la logica si unisce alle emozioni ed  impressioni, dove l’oggettivo si mischia con il soggettivo.

Rana. La rana è un animale che mi piace molto, specialmente raffigurato nei cartoni animati. La parola “rana” però per un lungo periodo mi suonava malissimo, visto che in polacco significa “ferita”. La sovrapposizione dei significati ha provocato in me una temporanea antipatia verso questa parola. Dopo diversi anni non percepisco più nessun tipo di stranezza, che mi fa pensare che emergersi nella lingua straniera significa non notarla, riuscire ad assimilarla senza far più caso alle somiglianze con la lingua nativa. 

Ed ecco come procede l’esperimento “ricamo” di parole….


Se c’è una parola che vi frulla in testa, che esprime qualcosa che non siete ancora riusciti ad esprimere con le parole che conoscete già, o una parola di cui volete cambiare la definizione perché secondo voi, si insomma, quelle lettere accostate nascondono altro, scrivetemele a:

giui.giuliarusso@gmail.com

vogliamo costruire insieme un linguaggio dell’allegria


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Dichiarazione di guerra alla "Sig. Sfiga"

Ciao, Signora Sfiga, sono ancora e sempre io, G.

Si ricorda il patto di non aggressione che avevamo stipulato qualche tempo fa?

bene, lei oggi lo ha infranto, su tutta la linea, ed io mi trovo costretta, mio malgrado, a dichiararle guerra, guerra spietata, a lei e a tutti i suoi alleati: 
il treno delle 7.27, il ritardo di due ore del professore, la signora che gioca a ruzzle da parte a me sul treno e mi guarda male mentre ricamo, i compagni di corso socievoli come una zitella acida, la carta igienica che finisce in bagno, Trenitalia, Trenord e anche la NASA, insomma, qualsiasi mezzo di trasporto pubblico che mi faccia impiegare tre ore per arrivare a casa, i fili che si spezzano, gli attacchi d’ansia e la tachicardia, lo sporco dei sedili, le mani screpolate, le coincidenze perse, la voglia di fumare, la frenesia schizofrenica dei Milanesi, le persone che sbattono le porte e le buche delle strade.
La G. di qualche annetto fa sarebbe arrivata a casa con la testa pesante, trasudando pessimismo da tutti i pori e la voglia di scappare, così come ha fatto parecchie volte.
Che vigliacca, la G. di una volta.
Finché non ho scoperto che scappare non paga, puoi cambiare università, città e persino Paese, ma prima di tutto devi cambiare te stessa, o quei problemi così pesanti  che ti opprimono lo stomaco e ti bruciano il fegato te li porterai dietro dovunque andrai, anche sotto un altro cielo, anche se intorno a te si parla un’altra lingua.
E allora, oggi, ci ho riso su.
Ho fatto finta di essere Ulisse, oggi.
Ulisse, il polytropos, che prima di arrivare a destinazione compie innumerevoli deviazioni e affronta molteplici ostacoli. 
Sono così io, mi perdo sempre, prendo senza pensarci troppo la strada più lunga e contorta e cambio rotta ogni volta che cambia il vento, finché non scelgo, per davvero.
Prendo il mio personale “complesso della scelta”, guardo Kierkegaard negli occhi e gli dico: Bu! 
No, forse non è proprio l’esclamazione più appropriata, ma è quella che riassume meglio la mia soddisfazione per la scelta, per me che è così difficile scegliere perché scegliere comporta limitarsi, rinunciare.
Adesso che ho trovato la rotta però, cara la mia Signora Sfiga non c’è canto di sirena che tenga. 
Hai mai visto una G. tenace?
Credo di no, perché quattro anni fa non lo era, era una G. che si sentiva a disagio per il suo mondo così strano che non riusciva proprio a conciliare con il mondo reale.
Beh, preparati, Signora Sfiga, perché quella che ti trovi davanti oggi è una G. diversa, combattente ed eroica, l’Ulisse della nebbia padana.

E’ questo che consiglio, per combattere la Signora Sfiga:
Chiudete gli occhi e sentitevi eroi. 
Sono permesse uniforme marinaresche alla sailor moon, mantelli di ogni genere, e suppellettili di ogni tipo, qualsiasi cosa che vi possa far sentire forti e combattere una brutta giornata con una bella risata.

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Di donne, ferri da maglia e altre meraviglie

Ed ecco, è arrivato l’8 Marzo!
Dando un’occhiata alla piazza più popolare della mia città, si nota cosa avevamo in serbo per questa giornata, cosa il pazzo sferruzzamento di questo ultimo mese si auspicava avvenisse. 
Ed è avvenuto, per tutti i ferri e gli uncinetti del mondo se è avvenuto!
Purtroppo, causa noiosissimi e doverosissimi impegni universitari, non ho potuto prender parte all’atto del vestimento in sè, che superfortunamente è stato documentato da il fotografo/videomaker Diego Monfredini e che è possibile leggere e vedere qui.

ATTENZIONE, LA VISIONE DI QUESTE IMMAGINI POTREBBE URTARE IL CINISMO DISINCANTATO E IL MASCHILISMO PROVATO DI ALCUNI SOGGETTI!

dopo alcune sventurate avventure sono riuscita a rientrare da Milano e ovviamente sono passata a prendere qualche testimonianza veloce dell’evento 🙂









Questo, il più bruttino, forse, è il mio pezzetto.


Appena svilupperò il rullino della Minolta ne posterò altre più sentitamente analogiche.

Oggi è un oggi che mi piace. Adoro questa festa. Per me è una commemorazione a tutte le vere donne che popolano, hanno popolato e popoleranno questo mondo, ma in particolare ad una: la mia bisnonna Pasqualina.
La bisnonna Pasqualina era una tipica donna del sud, che di tipico aveva poco.
Non potrei descriverne i tratti, non l’ho mai vista, ma me la sono sempre lasciata raccontare da mio nonno, suo figlio.
In ogni caso, credo fosse bellissima, perché “gli eroi son tutti giovani e belli”.
Ed è così che me la immagino, eroica e bellissima, incatenata, a volte, ai pali, si mormora abbia passato una anche una notte in prigione e che lei e il prete del paese non si potessero vedere.
Si, mia bisnonna era una femminista combattente e comunista, per di più.
Quando mio nonno ne parla gli luccicano gli occhi, perciò non posso credere non sia così.
Penso che sia lei la “donna selvaggia” che giace assopita dentro di me ed ogni tanto si scatena, perché quando mi manca la forza, nei momenti più duri è stata lei che mi ha fatto forza.
Forse è solo un’idea, forse ho letto troppo Simone de Beauvoir e Pinkola Estès, ma che importanza ha? l’importante è che mi dia forza.

vorrei che una donna fosse libera di tornare a casa la sera senza correre il rischio di essere violentata, in qualunque paese del mondo lei abiti
vorrei che una donna fosse libera di mettersi una minigonna senza per questo essere giudicata in un certo modo
vorrei che una donna fosse libera di non mettersi una minigonna se lo fa solo perché è l’unico modo per sentirsi attraente
vorrei che una donna fosse libera, al pari di un uomo, di fare carriera
vorrei che una donna fosse libera, al pari di un uomo, di non fare carriera, e per questo non fosse giudicata meno competente e stimabile di chi dedica la vita al lavoro
vorrei che una donna fosse libera di essere donna anche se è nata con attributi maschili
vorrei che una donna fosse libera di amare senza sentirsi debole
vorrei che una donna fosse libera di studiare e dire quello che pensa, di mettersi o non mettersi il velo, di rispettare le tradizione, di andarvi contro, di vivere e anche di morire, in qualsiasi parte del globo essa sia nata.
E vorrei tante altre cose.

Tutto questo avverrà quando tutte le femmine del mondo diverranno donne e insieme si appoggeranno l’una con l’altra, smettendo, di farsi la guerra, perché quando tutte le donne del mondo…..


La donna selvaggia porta tutto ciò di cui una donna ha bisogno per essere e sapere.


Porta il medicamento per tutto. Porta storie e sogni e parole e canzoni e segni e simboli.

Riunirsi alla natura selvaggia significa fissare il territorio, trovare il proprio branco, stare con sicurezza e orgoglio nel proprio corpo, parlare e agire per proprio conto, in prima persona, rifarsi ai poteri femminili innati dell’intuito e della percezione, riprendere i propri cicli.

La donna selvaggia è intuito, veggenza, colei che sa ascoltare. Lei è idee, sentimenti, impulsi, memoria. E’ colei da cui andiamo a casa. E’ quello che ci fa andare avanti quando pensiamo di essere finite. Lascia impronte ovunque ci sia una donna che è terreno fertile. Vive in un mondo lontano che a forza si apre un varco verso il nostro mondo.


[Donne che corrono coi lupi – Clarissa Pinkola Estés]

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Quelle del ricamo [e non solo]


Dall’inverno scorso tutti i martedì [ammetto che qualcuno/piùdiqualcuno l’ho saltato causa millecinquecentotrevirgolasei impegni] mi trovo insieme a fanciulle di tutte le età a Spazio 4 per il mitico corso di ricamo e maglia. 

Le insegnanti sono le signore dell’associazione: “Le mani delle donne”, il corso è stato organizzato da Spazio 4, voluto, in particolare, da Daria che ci ha creduto tantissimo fin dall’inizio e i partecipanti sono ragazze di tutte le età.


Il connubio è perfetto.



Mani con attaccate donne con dietro storie che intrecciano fili e tessono esperienze.

Passione nell’insegnare, passione nell’apprendere.
Tutto questo è “tradere”, trasmettere, il sapere, in questo caso, attraverso le mani.
Ed è attraverso le mani che ve lo ho voluto raccontare.







L’aspetto più affascinante del corso è stata la contaminazione e la trasformazione:
Ci hanno insegnato a ricamare fiori, abbiamo ricamato insetti, unicorni, dinosauri e….parole. Quella delle parole, eheh, sono io. 
E’ infatti grazie a questa esperienza che ho trovato il metodo per esprimere il nuovo progetto artistico #parliamodiparole, come avevo già accennato.
Potrei scrivere millecinquecentotrevirgolasei grazie e non sarebbe mai abbastanza,

Potrei scrivere millecinquecentotrevirgolasei “chebello” e non sarebbe mai abbastanza.

Questo tumulto è stato colto anche dal giornale locale:


E non solo, è arrivato anche sul web, sul style .it, grazie a Barbara Fiorentini 🙂


Ma soprattutto è arrivato ad essere un’opera collettiva artistica che avrà sfogo l’8 Marzo a Piacenza….stay tuned….

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Piccole soddisfazioni quotidiane=momenti di non trascurabile felicità

Sono in un momento di [non] trascurabile felicità, tanto che non riesco neanche a scrivere, ma elencherei le prime parole che a caso mi vengono in mente tipo: 

allegria, prezioso, cioccolato, sogni, Torino, gelato, attimo, sole, bambino, soddisfazione, allegria, allegria, allegria, 17 gradi, macchina, cavallo salvasogni, progetti, progetti irrealizzabili, regali, felicità, felicità, felicità.

Un po’ come quando sono così stanca, che mi si ingarbugliano i pensieri nella lingua e parolo come la sarta cinese, che ho incontrato oggi in un negozietto di Torino, un po’ come quando sono così ubriaca, che faccio pensieri filosofici degni di un qualsiasi Nietzsche. 
Proprio a questo proposito l’altra sera, dopo una birra media, che forse causa stanchezza mi sembrava almeno 3 litri, mi sono messa a letto pensando: 

Io sogno di fare arte, arte che curi le paturnie della gente. Quei mali del cuore che non si possono raccontare a nessuno. Anche quando sono brilla il sabato sera ed ho più birra in corpo che sangue, quello che penso è questo: voglio fare arte, arte che curi gli animi.

Perciò, oggi, lo ammetto, quando ho allestito il cavallo salvasogni allo spazio Azimut a Torino per la mostra collettiva del 6 di Marzo, mi sono commossa, perché ho scoperto la magica equazione per cui:

Piccole soddisfazioni quotidiane=momenti di non trascurabile felicità

E come le “mazzate” arrivano tutte insieme, solitamente con l’effetto di una sfilza di colpi allo stomaco dati con la violenza di Mike Tyson, così sembra che in certi giorni le soddisfazioni si incastrino perfettamente costruendo il puzzle della tua felicità.
Non parlerò ora e qui di tutte le buone novelle ricevute in questi giorni, un po’ perché è bello snocciolarle pian piano, ad ognuna il suo tempo, un po’ perché altre sono soddisfazioni così quotidiane che forse per qualcuno non contano nulla. 
Per me invece sono quelle più grandi: come il bacino di ringraziamento di un bambino a cui ho fatto magicamente passare il dolore dal ditino, semplicemente soffiandoci su.

Beh ieri sera, agli sbuffi di mia madre [che ancora non si capacitava del perché il giorno dopo sarei andata fino a Torino, sprecando tempo, senza ricavarne nessun risultato pecuniario, perché mi faccio “ingabolare” sempre in queste cose e perché ho la casa piena dei materiali più strani e la testa piena delle idee più strane] non ho risposto. Non sapevo cosa rispondere.
L’ho capito oggi, reggendo il cavallo, mentre S. legava i fili al gancio del soffitto per tenerlo sollevato da terra.
Io faccio tutto questo per momenti di [non] trascurabile felicità.

Queste non sono le parole giuste, ma sono quelle che più si avvicinano al concetto.
Credo lo possa capire solo chi ha una passione e se la vive con entusiasmo.
Tipo i miei amici coetanei che a sedici anni andavo a sentire suonare sul palco del pub locale, quelli che avevano un gruppo con un nome inglese e facevano almeno una cover dei Rancid o dei NOFX a sera. Quelli che non erano pagati e a volte si dovevano pagare loro la birra dopo aver suonato.
Nessuno di loro oggi fa tour mondiali, molti hanno attaccato il basso al chiodo e spezzato le bacchette della batteria, alcuni di loro addirittura portano una cravatta in ufficio.
Eppure io me li ricordo molto bene.
Ricordo la loro energia e quei momenti di [non] trascurabile felicità.

Anch’io ho affidato il mio sogno al Cavallo SalvaSogni e nel percorso che porterà da me a lui, sto collezionando anch’io indimenticabili momenti di [non] trascurabile felicità.
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