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Sgranny #parliamodiparole

La nostra rivoluzione del linguaggio continua:

Sgranny: pixelato


E’ la simpatica parola dal suono vivace di Emanuela, grazie mille 🙂 

E continua anche la messa in opera del progetto #parliamodiparole!


Come si era intuito dalla foto precedente e dagli indizi, la resa dell’opera consiste nel ricamare parole su un supporto.

Ok, è ufficiale, la mia idea di usare la tela come supporto rigido è ufficialmente FAILED!
Ho provato una decina di giorni fa, ma i risultati sono stati, tela appena scalfita, ago rotto e fili rossi sparsi irrecuperabili.
Come sempre, la prima idea, non è quella giusta.
[ricordo il primo esempio di cavallo salvasogni…un disastro! un’immensa struttura in fil di ferro dalla forma di carcassa che ancora forse vaga per la mia cantina a mo’ di fantasma!]
Così, subito dopo essermi disperata cinque minuti, mi sono detta: perché complicarsi la vita?
Quest’anno per Natale avevo fatto dei pensierini per alcune persone care, ricamando frasi/parole su un cotone pesante da poi mettere in quadro.
beh, perché no?
ecco alcuni velocissimi schizzi di come la mia testa sta partorendo l’idea di immagine di parole rivoluzionarie:


Ed ecco una prima prova.
Ovviamente il risultato finale dovrà esser alquanto diverso…ogni martedì al corso di ricamo imparo qualcosa di nuovo, che non vedo l’ora di applicare.


il cotone è decisamente troppo spesso, ma era l’unico che avevo in casa.


Ho già detto quanto sono orgogliosa di questo progetto?
si, credo almeno un milione di volte. 

E’ giusto che io spieghi il perché:

Questo inverno, durante una “gita” in terra natale lucana, in camera di mia cugina ho visto un quadro.
Un fazzoletto meravigliosamente e completamente ricamato…da il mio bisnonno mentre era prigioniero in Etiopia durante la seconda guerra mondiale.
Ecco, per me che sviluppo sempre di più, giorno dopo giorno, questo attaccamento alle radici è stato un colpo. 
Al cuore, alla mente.
Improvvisamente mi è venuta voglia di approfondire la materia.
Poco dopo che sono rientrata a casa, scopro che a Spazio 4, centro di aggregazione giovanile della mia città, organizzano un corso di ricamo [e da qui parte un’altra storia, che racconterò più avanti].

Coincidenze?

no, come sempre, corrispondenze.

E come sempre, ho pensato: “Io con questa cosa ci devo fare qualcosa”.

Il giorno dopo mi sveglio con questa idea: #parliamodiparole
Ed i miei neuroni che ancora un po’ assonnati bofonchiano: “si! posso trasformare questa tradizione artigianale in arte! forza G., al lavoro!”

E così, io questo progetto non posso che dedicarlo a lui: il mio bisnonno.

Vuole essere il legame tra me e lui.
Io, figlia della contemporaneità e della web-technology [ecco perché l’uso del blog]
Lui, padre della tradizione, antica come quella del ricamo [ecco perché la scelta di questo metodo]

queste parole di speranza e rivoluzione, sono per tutti noi, ma sono soprattutto per te.

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E tu di che colore sei?

E tu di che colore sei?
E’ questa una delle [tante] domande che mi sono state poste durante la giornata di A.S.I. di Febbraio, mercoledì scorso.
A.S.I. è un per-corso che ho cominciato quest’anno, la sigla sta per “Accompagnatore della scelta interiore” è un per-corso di 4 anni che, da quanto ho capito, culmina con un esame che abilita alla professione olistica.
Io tutte queste parole devo ancora ben capire cosa vogliano dire: omeopata, counselor, operatore olistico, accompagnatore della scelta interiore.
E’ un mondo che mi ha sempre affascinato, ma a cui non mi ero mai avvicinata, fino ad ora.
Ho cominciato questo per-corso perché gli auto-aiuti che mi ero data l’anno scorso per affrontare la realtà, sembravano non essere più sufficienti e sentivo che avevo bisogno di una spinta in più. Sono stata affascinata dalle esperienze al riguardo da un’amica creativa che è ormai al quarto anno e dalla mia ricerca/passione per l’arte terapia e la psico-architettura. Vorrei utilizzare questo strumento per migliorar[mi]e la mia arte, la mia vita e quella delle persone che mi circondano.


Orami ho capito che è una costante: il giorno prima dell’incontro ASI te ne succedono di tutti i colori. Questa volta i colori sono stati protagonisti anche del giorno successivo.

Uno dei temi che mi ha colpito di più della giornata è stato quello dell’ansia, angoscia e attacchi di panico. Pane per i miei denti.
L’esercizio più utile è stato proprio questo dei colori. Siamo partiti dal parlare di Max Luscher , professore che ha inventato il test dei colori.
In sintesi Luscher ha individuato 4 colori fondamentali a cui sono legate specifiche caratteristiche.
Blu: soddisfazioni, legami, dolcezza, fiducia, 
Verde: autostima, affermazione, potere, tenacia, capacità defensiva
Rosso: vitalità, attività, successo, energia
Giallo: contatti, leggerezza originalità, speranza, libertà

E altri 4 colori secondari.

Viola: sensibilità emotiva
Grigio: equilibrio,neutralità
Nero: chiusura
Marrone: benessere fisico


Le domande che ci hanno posto sono state:

Il colore con cui dipingeresti le cose che ti piacciono?
Il colore con cui dipingeresti te stesso?


Poi, un lenzuolo, i quattro colori fondamentali e le nostre mani.

Intingere e colorare, lasciarsi andare.


Un classico gioco da bambini. Chi non l’aveva mai fatto prima?

Beh, non ricordavo fosse così liberatorio.
Persone di tutte le età si sono intinte le mani nei colori, senza paura di sporcarsi, e, tutti insieme, abbiamo messo a nudo i colori della nostra anima.


Vagando per la rete ho trovato anche un test sui colori.
E’ interessante.
Ovviamente, non credo vada preso come acqua santa, così come la teoria di Lusher, perché l’animo umano è profondo e sfugge ad una definizione così semplice, ma
credo che ognuno di noi sia come quella mano in alto a destra, in cui, di volta in volta, durante il nostro percorso, prevalgono alcuni colori su altri.

I miei colori?
soprattutto, i vostri?
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L’aperitivo del Venerdì con il Signor Kiefer [della Melancholia e altro rock’n’roll]

 
Il Signor Kiefer passeggia, con due libri sotto il braccio sinistro, in mezzo ai suoi “Palazzi Celesti”. Nella mano destra regge un bicchiere quadrato con ghiaccio e whisky.
Il Signor Kiefer, probabilmente, è l’unico tedesco che non beve birra, penso.
Il Signor Kiefer, probabilmente, è l’unico uomo che beve whisky all’aperitivo, ripenso.
Il Signor Kiefer, probabilmente, è l’unico uomo che gira con il libro della cabala ed un trattato del V sec a.C., il Sefer Hechalot, sotto il braccio, penso.
Il Signor Kiefer probabilmente, è l’unico tedesco che ha letto il libro della cabala ed il Sefer Hechalot, ripenso.
 
Dai libri escono alcuni schizzi.
Li raccolgo io che cammino al suo fianco.
 

 

 

 
“Sa Signor Kiefer, se fosse un architetto secondo me sarebbe Louis Khan
“Si”
“Mi parli di questa sua opera d’arte”
“90 tonnellate, 14 -18 metri”
“Ah, ecco, sa Signor Kiefer, se lei fosse me avrebbe risposto con delle parole, ma forse se lei fosse me non avrebbe mai costruito delle torri così.
Non si sarà mica offeso è, Signor Kiefer ?
No perché sa, a me piaccion le sue torri, a prescindere da quello che dicono tutti i critici d’arte, che ne parlano bene, ho letto molti articoli al proposito, ma sa…a me i critici in generale non piacciono, se poi son d’arte..son proprio allergica…
 

 

 

…ma a parte questo insano e inutile divagare, dicevo, non voglio ripetere quello che hanno già detto in molti, che hanno anche di sicuro studiato più di me, lasciamo a loro la spiegazione delle fonti e dei riferimenti, i discorsi sull’influenza ebraica nella sua arte etuttelealtreinutiliperorazioni…
io volevo chiederle, questo palazzo, questo qui”
Ed alzando il mio calice di vino rosso fermo indico il secondo palazzo dei 7 che si distendono per lo spazio.
“questo qui in mezzo, con l’incisione di Durer, Melancholia, si chiama Melancholia.

 

Sa, a me questo qui, mi fa proprio venire i brividi.
E’ perché ho un debole per il Signor Durer io…per lui e per tutti quelli “nati sotto Saturno”, perché un po’ sotto questo pianeta mi ci sento nata anche io.
Noi artisti, si è un po’ tutti figli della Malinconia.”
“Noi.”
“Si, cioè, voi si..io non son ancora artista eh già, Giui is not an artist, no no…


Però una cosa è certa…questo tra tutti i suoi palazzi celesti è quello che mi rimarrà più impresso, è un pugno di cemento armato nello stomaco.

E le “stelle cadenti” ai suoi piedi mi ricordano i sogni inespressi di ogni animo malinconico c he sia mai esistito ed esisterà.
Come me, lei, il Signor Durer, Pete Townshend e tanti altri.
Ma, a proposito, Signor Kiefer, a lei piacciono gli Who?”
“No.”
“Ah, ecco. Ma lo sa Signor Kiefer che le sue parole sono sassi? 
sillabe più pesanti del cemento armato.
Beh, peccato per gli Who, sa, eran simpatici ragazzi, malinconici, ma simpatici”

 

My coffee’s cold, my paper’s old, 
My heart is sold to melancholia, 
My clothes are torn, my shoes are worn, 
My heart is born to melancholia. 
A strange surprise, what I despise in other guys is here in me, 
They lose their girl, they lose their world, 
And then they cry for all to see, 
I’ve never felt so bad, the fires drive me mad. 
The sheets are gray, left since the day she went away, 
I lost all power, The dust is thick, 
the dog is sick, the kids have picked most of the flowers. 
The sun is shining, but not for me, 
The sun is shining, but not for me. 
I’ve never felt so bad, the fires drive me mad. 
The sheets are gray, left since the day she went away, 
I lost all power, The dog is sick, the dust is thick, 
the kids have picked most of the flowers.
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D.I.Y // How To Catch The Sun


Ho sempre avuto una passione spropositata per i DIY.
Ne vado ghiotta. Googlerizzo, youtuberizzo, finché non trovo quelli che più mi piacciono e li ricreo a modo mio.

Poi succede che arrivi alla fine di una grigia settimana di 5 Lunedì. 

Sana e salva, più o meno.
Succede pure che oggi c’è il sole.
Succede che scartabellando tra gli angoli remoti della ram del tuo Mac inciampi in una delle tue vecchie “invenzioni gentili e assolutamente inutili” dell’anno scorso.
Succede che dici: “il caso fa sempre al caso mio”.

Perciò, ecco, vi regalo una delle mie “invenzioni gentili e assolutamente inutili”.

Meglio se fatta a casa, prendendosi il proprio tempo, insieme a qualche bimbo, più o meno cresciuto. Per catturare il sole, innanzitutto, bisogna crederci.



How to catch the sun



1] Piegate il foglio a metà da angolo ad angolo e da parte a parte in ogni direzione, piegando e dispiegando ogni volta



2] Piegate i quattro angoli verso il centro. Dividete in terzi in entrambe le direzioni


3] Aprite gli angoli a destra e sinistra



4] Usando le pieghe esistenti dei terzi create nel passaggio 2, sollevate il bordo superiore in modo che si proietti in alto ad angolo retto rispetto alla base del modello. Allo stesso tempo, sollevate il risvolto di destra ad angolo retto rispetto alla base, facendo ripiegare la sezione dell’angolo. Ci sarà una piccola piega formata usando le pieghe esistenti.



5] Ripete il passo precedente con i bordi inferiore, formando di nuovo nel foglio la piega che si chiude nella carta



6] Create un’altra scatola con il medesimo procedimento



7] Prendete della carta stagnola ed inseritela in una delle scatole



8] Guardate, inizia già luccicare!




9] Esponetela al sole per una giornata intera



10] Riprendetela e chiudetela alla svelta!



11] Ora avete catturato il sole,
usatelo senza parsimonia per giornate scure di pioggia e tempesta interiore.



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You & I

G. is [not] an artist
G. is [not] an architect
e qualche volta
G. is [not] a designer

Per questo è nato Poiesis, per trovare un mezzo di espressione consono alla G. che opera tra l’arte e l’artigianato.

Sono orgogliosissima di questa progetto.
Di credere che un po’ sto cercando di portare poesia nel mondo con le mie creazioni, da utilizzare nel campo quotidiano e non solo metafisico dell’arte.

Così oggi, non a caso il giorno di S. Valentino, presento “You and I”




Come tutte le creazioni Poiesis, dietro a questo oggetto si nasconde un concetto.

Il mangiare come stare insieme.
La tovaglia non è solo un supporto su cui appoggiare le pietanze,
è un legame che unisce le persone a tovala insieme.


Le tovagliette “You and I” ripropongono questo legame immaginario attraverso un nastro che può essere abbottonato all’altra tovaglietta.
La comodità delle tovagleitte americane, la poesia della tovaglia.


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Chiodìr #parliamodiparole

La ricerca/scoperta di nuove parole che cambieranno il mondo continua.

Quella di stasera è del mio amico Pier.
Il Pier è un ragazzo a cui piace giocare con il fuoco, 
e questa non è una metafora, ma la realtà vera.
è praticamente un fonte inesauribile di energie e ispirazione, 
sapevo che avrebbe sfoderato una parola bellissima, e infatti:

Chiodìr = Sorridere con gli occhi
Presente (unico tempo per ora)
1ps Chiodì
2ps Chiodèr
3ps Chiodè
1pl Chiodiàm
2pl Chiodèr
3pl Chiodiàn

Quante volte sorridiamo con gli occhi ma non sappiamo come spiegarlo? beh, da oggi, si può 🙂
Io credo che se questa parola avesse un suono, sarebbe questo:


ma può averne molti altri, basta solo immaginarli.
Niente regole, solo immaginazione.

Ed ecco, un piccolo indizio…eccomi svelare i “ferri del mestiere” con cui ho deciso affrontare questo nuovo progetto artistico…non sono ancora stati provati, quindi non si è certi della riuscita!



Idee, obiettivi, tecniche potrebbero cambiare in corso d’opera! 🙂 

Scrivetemi le vostre parole a Giui.giuliarusso@gmail.com

Vogliamo creare insieme un nuovo linguaggio.

Il linguaggio dell’ispirazione.

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Capitomboli di una portatrice sana di allegria


Sono troppo piccola per affrontare una settimana di Lunedì.

Ho pensato stamattina appena aperto gli occhi.
Poi, mi sono alzata, mi sono vestita di colori autunnali e mi sono immersa nel mondo.
Il mondo mi ha regalato la neve.
Le magie della neve sono quelle che ti permettono di tornare a casa prima da lavoro per paura di rimanere bloccata con la macchina senza gomme invernali, perché, prima o poi le farò mettere, ma fra il prima e il poi c’è di mezzo un inverno e a furia di poi arriva primavera e allora cosa le metto a fare le gomme invernali?
E si, ho dovuto portarmi il lavoro a casa, ma vuoi mettere lavorare chiusa nello studio in città
con il lavorare seduta nella mia cucina, con il mio amichevole Mac, sorseggiando il mio thé preferito nella mia tazza preferita, guardando fuori dalla porta-finestra la neve che cade inesorabile?
Eppure…
Sarà la neve, ma oggi ho nel cuore un vago tremolio di stelle.
Sarà che non sempre è facile essere portatori sani di allegria.
Sarà che di solito mi viene naturale sorridere e saltellare [no. Non sono una persona composta, ma si è mai vista allegria composta?], invece oggi no.
Sarà perché è un periodo difficile?
Sarà la crisi economica, sociale, culturale, il mio mal di stomaco, la paura del futuro, l’ansia di non riuscire a realizzare ciò che voglio, il poco tempo, le incertezze, l’indecisione, il fatto che ho finito il cioccolato, sarà questo sarà?

Sarà qualsiasi cosa sarà.


Ma, da G. a G. devo rimproverarmi:

Togliti il tremolio di stelle dal cuore G., impugna le tue scatolette del buonumore e torna ad essere portatrice sana di allegria.
Non ce la fai?
È difficile scrollarsi di dosso il caldo torpore dell’auto commiserazione?
Comincia ad essere portatrice insana di allegria.
Non ti viene da sorridere? Sforzati, anche se non sorridi dentro.
Il sorriso è contagioso anche su se stessi.
Vedrai che tornerai presto ad esser sana.
Se mi fai ancora l’elenco dei tuoi problemi e di quanto sei stanca me ne vado e cerco una G. Migliore. O anche una B, D e perché no, Z.
Beh, mi spiace ma non puoi liberarti del tuo Es.
Quindi cerca la forza e sorridi.
Fallo G. Fallo.

Pensa a tutte le cose belle: sedersi dopo 10 ore in piedi, scaldarsi dopo una camminata al freddo, le impronte di scarpe sulla neve fresca, un abbraccio lungo, cucinare senza fretta, il cioccolato bianco, il profilo di Simone, la lana morbida, le chiacchiere sincere, fare i cupcakes per le amiche, le foto di notte coi tempi d’esposizione lunghi…

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Innuvolarsi #Parliamodiparole


E’ cominciato, è ufficiale.
Ecco la prima parola di questo nuovo progetto artistico: “ParliamodiParole”.

Lascia parlare della sua parola con le sue parole direttamente Luigi Torreggiani, alias Torre:


“La mia parola è “innuvolarsi”, voce del verbo “innuvolare”.

Si tratta di una parola che descrive una sensazione, anzi, un mix di sensazioni, per il quale non esiste un termine italiano (o almeno non lo conosco!).
Provo a spiegarmi:
Ci sono giorni in cui mi “innuvolo”.
Ci sono giorni cioè in cui mi sento cupo, gonfio di pioggia, pronto ad esplodere, come una nuvola.
Ma a volte, proprio in quei momenti, per reagire alla cupezza, mi libro nei miei più alti pensieri e provo a galleggiare sopra tutto e tutti, anche in questo caso come una nuvola.
In bilico tra questi due sentimenti contrastanti lascio scorrere il tempo e provo ad abbandonarmi, lasciando che sia, così come fa una nuvola col vento.
Mi lascio quindi dipingere l’anima un po’ di bianco, un po’ di nero, un po’ di azzurro e arancio, anche qui, come le nuvole all’alba e al tramonto.
… e sempre in questi stessi giorni sono convinto che, se qualcuno mi osservasse attentamente, direbbe di me che sono “tra le nuvole”.
Le nuvole hanno mille forme, così come sono molteplici le sfumature della parola “innuvolarsi”. Ma c’è una condizione fondamentale per utilizzare questo termine. Bisogna credere che sopra l’innuvolamento, anche se molto, molto più su, c’è sempre il sereno.”
Questa immagine descrive la mia parola. “

Torre

Scrivetemi le vostre parole a Giui.giuliarusso@gmail.com

Vogliamo creare insieme un nuovo linguaggio.

Il linguaggio della speranza.

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Aperitivo del Venerdì con il Signor Tomàs [del peso della leggerezza dell’essere e altre coincidenze]

L’aperitivo immaginario di questo venerdì immaginario è con Tomàs Saraceno.
Seduti al bistrot dell’Hangar Bicocca verso le 19.45 circa, il signor Tomas beve un bicchiere d’acqua frizzante, che contrasta alquanto con il mio bicchiere di rosso fermo.
Alla prima domanda risponde: “On Space Time Foam” 
Alla seconda: disegna con un gesto rapido una linea curva nell’aria.
Alla terza: sospira. 
Alla quarta: non dice nulla. Si bagna un dito nell’acqua del bicchiere, abbozza un percorso di linee curve su il tavolo, che finisce in aria, col dito ancora sgocciolante in direzione della sala espositiva.
Si alza, sale su un pallone aerostatico e se ne va, leggero.

Attonita, mi avvicino alla sala espositiva, salgo le due rampe di scale che mi portano ai 20 metri di altezza del primo livello dell’opera. 

Ecco, ci risiamo, le vertigini. 
Sono anni che le combatto, ma ecco che si ripresentano..e sembro l’unica a provarle…
Arriva il mio turno di buttarmi sulla struttura galleggiante di plastica, maledizione.
Ma chi me l’ha fatto fare?
Io queste cose non posso farle.
Che poi mi rimane la paura dentro per giorni, mesi, anzi, secoli!
Ma perché non mi è passato per la testa prima che avrei sofferto di vertigini!? come si fa a dimenticarsi di una cosa così!?
Io non so quando è stata l’ultima volta che ho avuto così paura.
Forse quando ho fatto l’incidente in macchina con i miei in quinta elementare ed io durante lo schianto credevo di star per morire.
Non è una paura mentale, è una paura fisica. Quella che ti fa tremare le gambe.

Ma mi butto.


Tutti intorno a me ridono, rotolano e si divertono.

Io non credo di aver mai sentito così tanto il peso della leggerezza.
Proprio un’insostenibile leggerezza dell’essere, caro il mio Kundera, nel senso puramente fisico dell’espressione.
E noi, dai, non può essere un caso che l’autore dell’opera abbia lo stesso nome del tuo romanzo.
Non sono coincidenze, sono corrispondenze.

è questa la riflessione che mi fa acquietare. 

e pian piano comincio anch’io a muovermi, con estrema titubanza.
Pianissimo, per essere il più leggera possibile.
Voglio diventare più leggera della struttura stessa.
E solo quando acquisto un po’ di sicurezza e i miei movimenti si fanno più sicuri, cerco S. lui che è leggero dentro e che si è sentito subito a casa qui, per aria.
Lo cerco per prendergli le mani, ora sono così leggera, che non peso e non rischio di trascinarlo giù.
Ed è ora di scendere.
di passare all’altro step e poi a quello ancora.
Ma ho la lingua secca da quanto sto scrivendo.
Perciò lascio parlare la mia Minolta con il suo rullino Ilford da 400 iso.
Mentre la impugno l’ultima cosa che penso è:

‘Questa installazione è la prova del nove dell’insostenibile leggerezza dell’essere’










oh, ma io ti ho sostenuto, mi tremano ancora le gambe, ma ce l’ho fatta, posso sostenerti leggerezza, ed ora che lo so, non mi ferma più niente e nessuno!

Foto di Giui e di S. [F64Photography]



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